martedì 4 ottobre 2011

Meredith: in ombra la vittima, sotto i riflettori e contesi gli imputati assolti con formula piena

Il processo di secondo grado per l'omicidio di Meredith Kercher si è concluso ieri sera con la lettura della sentenza di assoluzione con formula piena dei due imputati, in carcere da quattro anni, Amanda Knox e Raffaele Sollecito.
Le prove che nel processo di primo grado sembravano schiaccianti, tanto da condannarli ad una lunga detenzione, si sono sgretolate nel processo d'appello, con una perizia scientifica disposta dal giudice che ha ribaltato i risultati che avevano determinato la condanna dei due imputati.
Senza entrare nel merito dei meccanismi processuali che non mi competono, intendo soffermarmi sulla valenza degli aspetti comunicativi di tutta questa straziante storia criminale. I fronti da approfondire sono diversi: dal più generale al particolare; il potere di una campagna mediatica costruita dal padre di Amanda per capovolgere la prima impressione di ambiguità suscitata da Foxy Amanda: dall'immagine di una giovane crocifissa dai media che la descrivevano come ammaliatrice e manipolatrice, a quella della ragazza della porta accanto, acqua e sapone con i sogni dei ragazzi di ventanni.
La notorietà acquisita da Amanda ha fatto da volano anche a Sollecito, assistito da una famiglia granitica, dal più quotato avvocato d'Italia, Giulia Buongiorno. La faccia da bravo ragazzo, studioso e rispettoso non si addice ad un assassino, non può essere vero, nella mente dei giurati.
I loro volti sorridenti, la libertà riacquistata, i loro avvocati trionfanti, stridono orribilmente con la compostezza, il rispetto dei familiari di Meredith, vittima messa in ombra, a volte dimenticata, ai quali questa sentenza è giunta come un pugno nello stomaco, con tutte le domande senza risposte, con un' aspettativa di giustizia tradita. La dichiarazione della sorella di Meredith è esemplare: "Non volevamo che fossero condannate persone che non avevano commesso il delitto, ma allora chi ha ucciso Meredith, bisogna trovare queste persone." Il fratello dichiara "Siamo punto e a capo".Questa famiglia inglese ci insegna con grande dignità come un dolore enorme, come la perdita di una figlia in circostanze così terribili, non si accompagni ad esternazioni di emozioni dettate da risentimento se non di peggio. "Solo" una specie di attonimento, di stordimento, il ricadere in un incubo senza verità, e la richiesta molto garbata, ma non per questo meno ferma, di accertamento del reale svolgimento dei fatti e di individuare i responsabili del delitto.
Le parole della madre di Meredith devono far riflettere: " Meredith è stata uccisa nella sua camera da letto in posto ritenuto sicuro , il più sicuro. Potrebbe capitare a chiunque, nessuno può sentirsi più al sicuro."
Ora contratti milionari attendono Amanda, forse addirittura HollYwood, Raffaele troverà la sua strada per il futuro, forse con meno clamore della sua amica: come vi sentite al pensiero che persone coinvolte in un omicidio ora assolte guadagnino denaro sulla morte violenta di una studentessa inglese che aveva scelto di studiare in Italia, che nel nostro Paese ha trovato la fine dei suoi sogni.
Ritengo spettacolo osceno quello di avvoltoi che su questa povera ragazza si arricchiranno, con interviste, articoli, trasmissioni tv, talk show, secondo me è osceno, ma realistico. Non sentiremo spesso parlare di Meredith, ma su Amanda scorreranno fiumi di inchiostro e saranno pieni i palinsesti di trasmissioni in cui lei sarà protagonista.
Meredith aspetta giustizia, la sua famiglia ha il diritto di conoscere la verità.
Molte famiglie sono nella stessa situazione, una per esempio,la famiglia di Chiara Poggi.
La sete di giustizia ci appartiene in quanto appartenenti al consorzio umano. Se rimane insoddisfatta per troppe volte rischia di far vacillare la fiducia nel sistema giustizia.
E' un rischio che non possiamo correre.

mercoledì 8 dicembre 2010

La strage di donne continua: impossibile fermarla... con gli assassini in libertà

Anche oggi la cronaca di una morte annunciata di una donna di Matera che era sfuggita ad un tentativo di omicidio da parte del suo ex che pur condannato ad 8 anni di reclusione, dopo averne scontati solo 4 mesi in carcere e 16 agli arresti domiciliari era libero. Certo, aveva avuto una misura restrittiva ordinata dal giudice non poteva avvicinarsi alla donna, ma ha continuato a farlo fino a portare a termine il suo disegno criminale, non folle, ma di lucida gelosia e malato senso di possesso "O mia o di nessuno", quindi da uccidere con sette coltellate, davanti al figlio della vittima ed altri testimoni, senza scrupoli, senza alcuna remora.Dubito che sconterà la nuova pena che gli sarà inflitta, a lui come ai suoi precedenti colleghi di omicidio di ex.
Se la rabbia vi sembra eccessiva, non è l'emozione che guida le mie parole, ma la semplice riflessione, quindi pensiero, cognizione,che tenendo conto esclusivamente della statistica, scienza senza emozioni, questi assassini in un modo o in un altro non scontano mai completamente le loro condanne.
Se è vero che il carcere deve essere anche luogo deputato al recupero, vorrei che mi spiegassero come in 20 mesi sia stato possibile un tale rinsavimento dai propositi violenti ed omicidi da giustificare la messa in libertà di un uomo bomba ad orologeria!
Non scaldiamoci la coscienza con le misure restrittive, con la carenza di organico nel comparto sicurezza per la crisi delle risorse a disposizione, chi poteva controllare il rispetto di tale misura?
Quindi siamo al paradosso, ma neanche così scontato che uno Stato con leggi giuste, che sono ispirate a valori condivisibili, sia incapace di difendere le vittime predestinate, annunciate, le donne che hanno avuto il coraggio di separarsi da compagni, fidanzati, mariti violenti e denunciare i loro futuri assassini.
Qualcuno ha scritto che è lo scotto che dobbiamo pagare perchè non può essere garantita a tutti la sicurezza in uno Stato democratico. Mi dispiace, ma dissento, con la forza della ragione oltre che con l'emozione,uno stato democratico protegge i più deboli oltre che nelle intenzioni scritte sotto forma di leggi, nei fatti con l'adozione di adeguate misure che possono essere messe in atto solo oltre che con le giuste risorse, anche con il coraggio di qualche giudice che interpreti ed applichi le leggi con lungimiranza, considerando gli effetti devastanti che può avere un suo giudizio che pur rispettando in pieno la giurisprudenza, nei fatti condanna a morte le vittime annunciate e predestinate.

sabato 4 dicembre 2010

Chi ha rapito Yara Gambirasio?

Dopo il caso mediatico di Sara Scazzi, carico ancora di ombre e animato da continui colpi di scena e residue menzogne da parte degli indagati, irrompe dal 26 novembre il caso della scomparsa di un'altra minorenne Yara Gambirasio di soli 13 anni.
Le ricerche immediate degli investigatori e dei reparti speciali con i cani addestrati a fiutare tracce infinitesimali hanno per ora solo individuato il probabile tragitto, opposto alla direzione verso casa che la ragazzina avrebbe dovuto percorrere all'uscita dalla palestra.
Rimane palpabile l'angoscia che cresce con il passare del tempo, i minori scomparsi i Italia al 30.09.2010, per i quali sono state attivate le ricerche dopo la denuncia di scomparsa sono ben 712, di cui 491 nella fascia d'età 15-17 anni e 132 nella fascia 11-14 anni come risulta dalla banca dati della Polizia di Stato Divisione Analisi Sezione Minori e dal sito www.bambiniscomparsi.it.
Risulta difficile farsi una ragione: una ragazzina non può scomparire nel nulla, senza lasciare tracce, eppure succede più volte di quanto ne possiamo venire a conoscenza, a seconda della risonanza data alla notizia dai media.
Scartata l'ipotesi dell'allontanamento, rimane plausibile quella del rapimento che pone subito due interrogativi: da parte di chi e per quale ragione.
Chi può aver rapito Yara? Gli investigatori hanno interrogato le persone più vicine alla ragazzina, amici, compagne di palestra, istruttori, vicini di casa, ma dalle notizie che sono state rese disponibili non sembra si siano trovati elementi utili. Alcune segnalazioni anonime sono al vaglio degli inquirenti, fra queste alcune fanno riferimento alla presenza di un furgone bianco nei dintorni della palestra ed ad gruppo di adulti violenti con un minorenne che si sono resi responsabili di molestie nei confronti di ragazzine della zona.

Per una singolare coincidenza ieri sera su Rai due nella fiction Criminal Minds si affrontava il caso di bambini rapiti da una coppia matura aiutata da un adolescente, rapito a sua volta otto anni prima, prelevati con un furgone bianco,che mantenevano nascosti i bambini rapiti per alcuni anni, fino all'epilogo finale con la scoperta del luogo di detenzione dei minori e la loro liberazione.
Perchè questa citazione? In una realtà dove il confine fra finzione e realtà è spesso sfumato, a volte i criminali traggono ispirazione per le loro folli gesta proprio dalla fiction, e il mio augurio è che questa volta, per Yara sia possibile il lieto fine, che sia ritrovata e restituita ai suoi affetti, ai suoi sogni, alla sua speranza di vita.

sabato 16 ottobre 2010

Omicidio di Sara: i volti della menzogna

L'atroce omicidio di Sara Scazzi, che ha monopolizzato l'interesse delle gente comune e alimentato dai media, soprattutto dalla televisione nelle sue innumerevole dirette, con interviste ai protagonisti e gli approfondimenti degli esperti, non sarà dimenticato.
Questo assassinio diventerà patrimonio di esperienza collettiva, andando a stimolare emozioni intense a livello individuale, ma così facilmente condivisibili con gli altri.
Se l'intensità emotiva rende indelebile il ricordo, fissandolo nella memoria a lungo termine, il bisogno di comprendere, di capire per esorcizzare la paura di un pericolo così vicino e insospettabile, all'interno della famiglia, fra gli affetti più cari, ebbene questo bisogno si può soddisfare almeno in parte analizzando i volti della menzogna dei due indagati allo stato attuale: il reo confesso Michele Misseri e l'indagata che nega tutto, Sabrina, la figlia e cugina della piccola Sara.
La televisione con le sue interviste ha fornito molto materiale di studio agli psicologi esperti nel linguaggio della menzogna. Da Ekman e Friesen i più conosciuti studiosi, autori di molti volumi, fra cui il famoso"I volti della menzogna", a Vrij, DePaulo, Rosenthal e Zuckerman, solo per citare i più noti, agli esperti italiani L.Anolli e R.Ciceri con lo studio della voce della menzogna, al mio lavoro di tesi di laurea 2005 " Indizi verbali di menzogne in contesti di psicologia investigativa", la menzogna è stata indagata a più livelli nei suoi aspetti verbali, ma ancora più approfonditamente nelle sue manifestazioni nella comunicazione non verbale, il linguaggio del corpo nella menzogna.
Nella mimica di Michele Misseri i segnali evidenti sono l'asimmetria dell'innalzamento degli angoli della bocca che dà origine ad una sorta di ghigno,(ricordate il ghigno di Alessi, l'omicida del piccolo Tommaso Onofri) l'asimmetria dell'innalzamento delle spalle"le spallucce", le mani sugli occhi a mascherare lacrime che non c'erano e l'evidente discrepanza fra la luce degli occhi, la parte alta del viso e fronte con la parte bassa, bocca e mento.
In Sabrina, più raffinata, si individuano ancora, l'asimmetria dell'innalzamento delle spalle, (solleva una sola spalla), sfugge il contatto oculare fissando dei punti lontani mentre racconta, in dichiarazioni cruciali come "Mio padre non ci ha mai toccate, mai, anche quando facevamo la doccia e andavano in accapattoio"...accompagna le parole a due gesti di toccamento dei capelli e della nuca, e cambia tono di voce nel rafforzativo, "MAI" per due volte di seguito,aggiungendo un particolare che sembra contraddire quello che ha appena affermato. Le lacrime abbondanti non devono trarre in inganno, sono uno strumento di autoconvincimento per rendere credibile la menzogna per primi a se stessi e per proporla agli interlocutori in quel contesto particolare (intervista tv od interrogatorio).
Spesso l'autore di un delitto dimostra un comportamento narcisistico, desidera che si parli delle sue gesta e quando non vede riconosciuta la sua importanza escogita azioni eclatanti, lascia messaggi, indizi perchè si parli lui. Il Misseri non riuscendo a far trovare il telefonino di Sara alla fine dichiara di averlo ritrovato egli stesso in circostanze goffamente poco credibili indirizzando finalmente su di lui il palcoscenico che fino a quel momento gli era stato rubato dalla figlia e dalla cognata Concetta, mamma di Sara. E' stato l'inizio dello svelamento della sua menzogna, la posa da divo sulla porta del garage, con un braccio sollevato ed appoggiato, il sorriso negli occhi..
In Sabrina vi è maggiore abilità, ma il nascondere il litigio la sera prima della scomparsa di Sara agli investigatori ha messo gli inquirenti sulle sue tracce, l'omissione di informazioni è un'indizio(verbale) di menzogna. Le incertezze sugli orari di telefonate e sms, le contraddizioni sulla discesa volontaria di Sara nel garage e la testimonianza dell'amica Mariangela che la contraddice, aumentano la sua ansia che riesce ancora a mascherare i tv ma non ad ingannare gli investigatori e gli psicologi esperti nel linguaggio della menzogna.
Quando le indagini sono ancora in corso è vietato esplicitamente rivelare a fonti esterne, giornalisti ecc, eventuali indizi di menzogna, ecco perchè solo ora è possibile discuterne.
In questo caso rimangono ancora alcuni punti oscuri, e le indagini sono ancora in corso, sarà fondamentale l'incidente probatorio del confronto delle dichiarazioni del padre e della figlia per cristallizzare le testimonianze e farle assurgere a prova in un procedimento giudiziario.
Un plauso agli investigatori e un augurio di piena giustizia per la piccola Sara, che ha stretto il cuore di tutti.

domenica 11 luglio 2010

Mestre, un'altra donna vittima del fidanzato: aveva solo 16 anni

Continua inarrestabile la strage di donne per mano armata dei loro fidanzati, ex, o partner.In pochi giorni già sette vittime. La scia di sangue trascina via le vite spezzate di giovani che avevano progetti e sogni per il loro futuro, svaniti dopo coltellate, strangolamenti, colpi di arma da fuoco. Sempre più delitti di prossimità segnale di un malessere sociale ed individuale profondi che non possono essere ignorati, devono essere indagati e si devono poter trovare soluzioni. Non possiamo arrenderci al fatto che si tratti di raptus, quindi imprevedibili, ma occorre aumentare la vigilanza a tutti i livelli, familiari, istituzionali, sociali.


Dal Messaggero.it dell'11 luglio 2010 sezione Cronaca nera

Uomini che uccidono le donne:
trentenne spara a fidanzatina 16enne

Eleonora Noventa voleva da tempo lasciare Fabio Riccato. Lui le spara tre volte e poi si toglie la vita
Un uomo di 30 anni, Fabio Riccato, ha ucciso con tre colpi di pistola l'ex fidanzata di 16 anni, Eleonora Noventa, e poi si è suicidato sparandosi al petto: è accaduto stamani ad Assiggiano, poco distante da Mestre (Venezia). I due, che si frequentavano da circa un anno, si erano lasciati ieri sera al termine di una lite. Stamattina intorno alle 9.30 l'uomo, a bordo di una moto, si è avvicinato alla ragazza, che era in bicicletta, e dopo un'animata discussione ha tirato fuori la pistola, una Smith & Wenson 357 Magnum, e le ha sparato quattro colpi. Eleonora Noventa è stata colpita una volta alla testa e due volte al torace - un proiettile le ha trapassato un braccio mentre tentava di ripararsi - e l'ultima alla testa. Subito dopo l'uomo ha rivolto l'arma verso se stesso e si è sparato al petto. Fabio Riccato si era laureato la scorsa settimana in biologia con 110 e lode. Aveva un regolare porto d'armi per attività sportiva al poligono di tiro.

Un testimone: pensavo volesse sparare a me. «Mi ha guardato fisso per una frazione di secondo. Pensavo volesse sparare a me. Poi ha puntato l'arma contro la ragazza e ha premuto il grilletto»: lo ha raccontato Rodolfo, testimone della tragedia, che era seduto nel suo giardino a leggere il giornale quando Fabio Riccato è arrivato in Vespa. Il giovane ha salutato l'uomo, poi si è seduto sulla sella del mezzo e ha atteso. Cinque minuti dopo è arrivata Eleonora Noventa.

Un'amica di famiglia: Eleonora voleva lasciarlo da tempo. Eleonora Noventa intendeva lasciare Fabio Riccato da tempo, ma non trovava mai il momento, e soprattutto le parole giuste, per dirglielo. Lo racconta Anna, una vicina di casa, grande amica della mamma della ragazza. La sua e la famiglia Noventa avevano lasciato tre anni fa il vicino quartiere della Gazzera per stabilirsi ad Asseggio. Le famiglie vivono in due appartamenti affiancati in una delle tre eleganti palazzine a due piani, costruire nella campagna dell'entroterra veneziano. «Eleonora era una ragazza solare. Le piaceva vivere, aveva sedici anni. Si sono conosciuti portando a passeggio Morgan, il suo cane, nella stradina che costeggia la ferrovia e che finisce con la casa di Fabio. Lui era tanto innamorato, ma lei era ancora piccolina. Ed era un rapporto impegnativo. Lei ha provato più volte a lasciarlo. Mi aveva chiesto tempo fa un consiglio: "Cosa dici, glielo dico un po' alla volta?". A 16 anni una ragazza ha una vita davanti, pensa a divertirsi. Fabio era una persona corretta, di una famiglia per bene. Eleonora mi ha dato un bacio prima di uscire di casa in bici...». Anna è poi rientrata in casa Noventa per dare sostegno alla madre della ragazza che lavora come dipendente al Comune di Mestre. Il padre era assente al momento della tragedia. Stava lavorando all'ospedale di Venezia. Eleonora era la loro unica figlia.

Il pm: le armi danneggiano chi le maneggia. Ha criticato la facilità con cui viene rilasciato il porto d'armi il pm veneziano Roberto Terzo, il magistrato di turno, che ha seguito l'omicidio-suicidio di Asseggio. «Le armi - ha detto Terzo - creano più danno a chi le maneggia. La verità è che poi le armi finiscono per essere usate in questa maniera. Finiscono per gli omicidi dei familiari, per gli omicidi-suicidi. Noi dobbiamo arrivare a dire che le armi la gente non se le deve tenere a casa».

domenica 4 luglio 2010

Oleggio, Novara: la ragazza scomparsa era stata uccisa dal fidanzato










Purtroppo sembra un copione già scritto, ancora una donna uccisa dall'uomo al quale era legata da una relazione di affetto,giunta ad una crisi senza ritorno. Questa estate sempre più insanguinata, dove il sangue di donne una volta amate scorre quasi inarrestabile, non per patologie, ma per la volontà malata di coloro che una volta affermavano di amarle.
Cosa succede in questi rapporti che volgono inesorabilmente verso un tragico destino?
Molto spesso hanno elementi in comune, come una gelosia immotivata, un patologico senso di possesso, l'incapacità di gestire la frustrazione di un rifiuto, la fine di una relazione e la svolta violenta dapprima con minacce e persecuzioni, stalking,poi se non si agisce tempestivamente con gli strumenti della legge, applicazione di misure restrittive, si giunge all'aggressione che può culminare con l'assassinio della donna amata in passato ora ostacolo da eliminare.
Anche la giovane Simona di Oleggio aggiunge il suo nome alla tragica lista di donne vittime dei loro ex. Ancora più raccapricciante il dettaglio che l'omicida veste la divisa dei Carabinieri, e ha depistato le indagini per un mese, fino alla confessione e al ritrovamento del cadavere. Ora restano da vagliare le ultime ore di vita della povera Simona e verificare se il fidanzato sia stato favorito da qualcuno nella sua menzogna durata un mese. Soltanto è necessario evitare con forza di gettare fango sulla vittima che non potrà più difendersi, purtroppo anche questo un copione letto troppo spesso in casi simili.

Dal Corrieredellasera.it del 4.07.2010


LA RAGAZZA ERA SPARITA DA QUASI UN MESE
Trovato nel Ticino il corpo della giovane scomparsa: il suo ex confessa il delitto
Un carabiniere di 28 anni ammette di averla uccisa.
E poi indica il luogo dove ha gettato il cadavere


Simona Melchionda
MILANO - Il corpo era incastrato tra i rovi, sulla sponda del Ticino. Alla fine, dopo quasi un mese di ricerche, è stato proprio l'ex fidanzato di Simona Melchionda, la giovane 25enne scomparsa lo scorso 6 giugno dalla sua casa di Oleggio (Novara), a indicare il luogo. Luca Sainaghi, 28 anni, carabiniere, ha raccontato di averle sparato un colpo di pistola alla testa e di aver gettato il cadavere nel fiume. L'uomo era stato ascoltato nei giorni scorsi: aveva negato tutto, cadendo però più volte in contraddizione. Alla fine è crollato. Sabato mattina si è presentato in caserma a Novara accompagnato dai suoi legali. «Sono stato io a uccidere Simona» ha confessato, ed è stato fermato per omicidio preterintenzionale. Poi ha indicato agli inquirenti il punto dove si trovava il cadavere. I vigili del fuoco e i carabinieri, seguendo le sue indicazioni, e scendendo soltanto qualche centinaio di metri più a valle, hanno trovato sulla sponda del Ticino, all'altezza di san Giorgio Pombia, un cadavere di donna. L'identificazione deve ancora avvenire formalmente. Ma nessuno ha dubbi: è Simona.

RICERCHE IN CORSO - L'ipotesi dell'omicidio sembra dunque essere confermata. D'altra parte si tratta della pista indicata fin dalle prime ore dai genitori di Simona che parlavano di un incontro della figlia per chiarire definitivamente i rapporti proprio con l'ex fidanzato. Simona - da quanto si apprende - aveva avuto una relazione con il ventottenne ma nell'inverno scorso, al ritorno da una vacanza ai Caraibi, la ragazza avrebbe scoperto che lui aveva un'altra storia con una donna che era in attesa di un bambino. E questo fatto aveva posto fine al rapporto tra i due, che tuttavia pare continuassero a vedersi, anche se Simona avrebbe voluto tagliare i ponti definitivamente.

L'ULTIMO SMS - Il delitto, secondo la confessione dell'assassino, sarebbe avvenuto la sera del 6 giugno, il giorno della scomparsa della vittima, al culmine di un litigio. Tra Simona Melchionda e Luca Sainaghi c'era stata una relazione, interrotta quando lui aveva deciso di tornare insieme all'ex fidanzata rimasta incinta. Il carabiniere, in servizio alla caserma di Oleggio, ha confessato ai colleghi che la vittima voleva che lasciasse la compagna e il figlio per tornare con lei. Una versione differente da quella sostenuta dai genitori della ragazza scomparsa. Per loro era Luca, infatti, a non lasciare in pace la figlia. Cosa sia successo quella sera del 6 giugno, comunque, è ancora da chiarire. Simona è uscita di casa verso le 23.30 e da allora non è più stata vista. L'unica traccia è un sms arrivato verso le 2 di notte ai genitori: «Stanotte dormo fuori». A quell'ora è però probabile che Simona fosse già stata uccisa. Al momento è escluso che nell'omicidio sia coinvolta l'attuale compagna del carabiniere.

Redazione online

mercoledì 30 giugno 2010

Orrore a Torre San Giovanni (Le): giovane padre strangola il figlio di due anni





Nella cronaca nera oggi sui quotidiani nazionali e nei telegiornali la notizia di un figlicidio ad opera di un giovane padre.
Il luogo in cui è avvenuto il delitto, Torre San Giovanni, Marina di Ugento,in una casa estiva sul litorale ionico fra Gallipoli e Santa Maria di Leuca, estrema propaggine del Salento e della Penisola, nell'estate assolate pugliese non rievoca di certo atmosfere cupe, ma evidentemente dentro quelle mura un delitto terribile è stato commesso, ancora più tragico perchè coinvolge un bimbo di due anni ed il suo giovane padre. Dopo le emozioni che un tale evento suscita, tra l'altro non celate dai giornalisti anche televisivi, immediatamente si ricercano le ragioni di questo folle gesto. Già si parla di raptus senza avere alcuna ragionevole certezza sulle condizioni psicologiche dell'assassino, senza una raccolta seria di informazioni fondate, di testimonianze sullo stato del padre neolaureato. Dai quotidiani locali, qualche dettaglio in più sulla vicenda.

Da LaRepubblica.it Bari Cronaca nera
l'articolo è di Alessandra Bianco

TRAGEDIA IN SALENTO
Strangola il figlio di due anni
e tenta il suicidio dopo una lite
Un litigio con la moglie, poi il raptus. A Torre San Giovanni di Ugento un 25enne ha ucciso il bimbo, poi ha cercato a sua volta di togliersi la vita tagliandosi le vene. Sul posto i carabinieri

La casa in cui è avvenuta la tragedia
Tragedia a Torre San Giovanni, marina di Ugento. G.M., un giovane di 25 anni, ora ricoverato in ospedale e piantonato, ha ucciso il figlio di soli 2 anni, strangolandolo. Un raptus d’ira, secondo quanto ricostruito al momento, nato da un litigio con la sua compagna, e culminato nell’omicidio del bimbo.

Sconvolto da quanto accaduto, il giovane ha poi tentato il suicidio, tagliandosi le vene, ed al momento è ricoverato presso il “Ferrari” di Casarano. Il fatto è avvenuto in via Monte Pollino, strada alla periferia nord della marina. Sul posto carabinieri della stazione di Ugento e della compagnia di Casarano ed i sanitari del 118.

"Vieni, ho ucciso tuo figlio". Così il giovane omicida di 25 anni ha avvisato al telefono la convivente, ventitreenne, di aver ammazzato il loro piccolo di due anni. Da tempo, secondo quanto accertato dai carabinieri, c'erano incomprensioni nella coppia e anche tra le rispettive famiglie. Nella casa in cui è avvenuta la tragedia i carabinieri avrebbero trovato anche una lettera scritta dall'omicida.
Prima che fosse preda di un raptus, il giovane, laureatosi nel marzo scorso e con un lavoro saltuario, aveva avuto un battibecco al telefono con la convivente.

La coppia viveva insieme da due anni e mezzo circa, ma le incomprensioni non si erano sopite neppure dopo la nascita del piccolo. Così, dopo aver riposto la cornetta del telefono, il giovane, ormai fuori di sè, è andato in camera da letto ed ha stretto le mani al collo del figlioletto. Non è ancora chiaro se il piccolo stesse dormendo. Poi il padre ha tentato di togliersi la vita tagliandosi le vene con una lama. Ha anche ingerito dell'acido e si è cosparso il corpo di liquido infiammabile, con l'intento di darsi fuoco.

E' stato lui stesso, telefonando alla convivente che era al lavoro, a far scattare l'allarme, ma ormai per il bimbo non c'era più nulla da fare. Il giovane omicida, ricoverato nell'ospedale di Casarano (Lecce), sta per essere trasferito per ulteriori accertamenti al 'Vito Fazzi' di Lecce. E' in stato di arresto, piantonato dai carabinieri, con l'accusa di omicidio volontario. Le indagini dei carabinieri della Compagnia di Casarano sono dirette dal sostituto procuratore presso il tribunale di Lecce Guglielmo Cataldi.

(30 giugno 2010)

La domanda che mi ritorna nella testa è cosa può aver portato un giovane uomo a non riuscire più a controllare la propria aggressività e a dirigerla sull'essere che aveva generato, frutto dell'amore ora in difficoltà con la compagna. E' possibile essere così fragili da non reggere uno stress come la difficoltà di una relazione in crisi, e se fosse possibile da dove deriva, qual è l'origine di questa incapacità di gestione di una difficoltà vissuta come senza uscita, senza soluzione, che anzi trova uno sbocco nella soppressione di una vita.
Le risposte saranno trovate dagli investigatori che ricostruiranno l'intera vicenda alla luce di tutti gli elementi raccolti dopo accurate indagini, ma nel frattempo solo ipotesi per noi esterni al fatto e prudenza: non si può giudicare senza conoscere, tanto meno al di fuori di un aula di Tribunale, unica sede lecita per formulare giudizi.

mercoledì 21 aprile 2010

Ergastolo confermato per Olindo e Rosa

Si è concluso dopo sei udienze e cinque ore di camera di Consiglio il processo d'appello per la strage di Erba: confermato l'ergastolo per Olindo e Rosa e tre anni di isolamento diurno. Soddisfazione per il sopravvissuto Frigerio, i familiari di Raffaella Castagna, sorrisi da Azouz, delusione per gli avvocati difensori che hanno annunciato il ricorso in Cassazione. Giustizia è stata fatta, ma siete tutti convinti al 100%?, E' stato un processo veramente efficiente, rapido, con due colpevoli perfetti che hanno addirittura confessato. La dichiarazione del magistrato, "ce ne fossero di processi così (facili) con prove così certe; testimone oculare, confessione e prove scientifiche inconfutabili". Perdonatemi ma non credo alla perfezione che non fa parte della sfera umana, la rapidità dei processi è auspicabile, ma era davvero tutto così chiaro? Forse per chi ha svolto le indagini, ascoltato le testimonianze, le intercettazioni telefoniche, analizzato le prove scientifiche, per chi ha letto tutti gli atti processuali, ma da profana e con le uniche informazioni disponibili dalla stampa e dai media, non ho dissipato tutti i miei dubbi, fra cui la mancata esplorazione di piste alternative, la non ammissione di testimoni ecc. Forse questa velocità processuale mi inquieta perchè pensavo occorresse più tempo per decidere al di là di ogni ragionevole dubbio, la condanna a vita di due persone giudicate crudeli assassini. Probabilmente occorrerà soltanto abituarsi a processi brevissimi, a condanne esemplari per individui colpevoli con "ragionevole certezza".

lunedì 23 novembre 2009

Londra: strangola la moglie in stato di sonnambulismo e torna libero/ Man who killed wife in sleep, Brian Thomas, walks free after charge

Un interessante articolo dalla sezione di Crime news, cronaca nera, del Times online di Londra. Un marito viene rilasciato dopo che la Corte ha accertato che ha commesso l'omicidio della moglie in uno stato di automatismo, sonnambulismo, in cui non era capace di intendere e di volere. Il sig Thomas ha strangolato la moglie Cristine di 40 anni mentre erano in vacanza in camper, durante un incubo in cui ha immaginato l'attacco di alcuni ragazzi che in precedenza avevano realmente dato fastidio alla coppia . L'uomo è descritto come gentile, devoto e innamorato della moglie e sebbene si senta colpevole della morte della consorte, per la corte non ha alcuna responsabiltà per il fatto commesso, Esperti psichiatri consultati dalla corte hanno ritenuto inutile e dannosa la sua reclusione in carcere, essendo praticamente nulla la possibilità di reiterazione del reato. L'uxoricida ha un vissuto di disturbi del sonno documentato da test ed esami.
Il caso è considerato unico in Gran Bretagna per le circostanze particolari in cui si è verificato, ma esistono almeno 50 casi simili registrati nel mondo.
Alla giuria è stato chiesto non di giudicare se Thomas fosse colpevole di omicidio, ma di giudicare se fosse in grado di intendere e di volere, se fosse presente un vizio di mente, durante la commissione del delitto.
Non sono stati resi noti i dettagli del delitto per timore di emulazione del crimine.
Interessante il commento di una lettrice che si domandava:_ Se ad uccidere il marito fosse stata una moglie sonnambula , il verdetto sarebbe stato identico?-
La lettrice risponde negativamente.

Vi allego l'articolo nella sua versione originale dal Times online


The Times
November 21, 2009
Man who killed wife in sleep, Brian Thomas, walks free after charges withdrawn
Simon de Bruxelles

A man who strangled his wife during a nightmare has walked free from court after the prosecution withdrew all charges against him.
Brian Thomas, 59, dreamt that intruders had broken into the couple’s camper van, and then killed his wife Christine while in a state known as automatism.
The judge told him that he had been a “decent man and a devoted husband” and bore no responsibility for his actions.
The Crown Prosecution Service described the case as “almost unique in the UK” and said there had been fewer than 50 recorded instances worldwide. It had argued during the case that Mr Thomas should be detained at a mental hospital but withdrew after three psychiatrists said that it would “serve no useful purpose”.
Mr Thomas, a retired steel worker from Neath, South Wales, was on holiday with his wife, 57, when he woke up beside her lifeless body. The jury at Swansea Crown Court was played a recording of his 999 call and heard that he had been “suicidal” since her death.
Both defence and prosecution had accepted at the start of the trial that Mr Thomas was not in control of his actions at the time of the killing. The jury had been asked to decide not if he had killed his wife but whether he was medically insane at the time that he had done so. Yesterday they were directed to return a not-guilty verdict, allowing Mr Thomas to leave court an innocent man.
Iwan Jenkins, chief Crown prosecutor for CPS Dyfed Powys, said: “This has been a unique case with a unique set of circumstances.
“Following expert evidence from a psychiatrist it was suggested that no useful purpose would be served by Mr Thomas being detained and treated in a psychiatric hospital, which would be the consequence of a special verdict in this case.
“It is now clear that the psychiatrists feel the risk of reoccurrence is very, very small. It is only because of highly sophisticated tests carried out by sleep experts that Mr Thomas’s condition could be confirmed.”
Judge Mr Justice Nigel Davis told Thomas that although he would feel guilty about killing his wife: “In the eyes of the law you bear no responsibility for what happened.”
Mr Thomas’s brother Raymond said: “I wasn’t really surprised that it went to trial given the circumstances of what happened, but he’s a gentle man. Christine and Brian loved each other. Brian is very emotional right now but thankful to be out.”
Mrs Thomas was strangled by her husband in July 2008 while they were on holiday in Aberporth, West Wales. While parked in their camper van Mr Thomas dreamt that one of a group of “boy racers” who had disturbed them earlier had broken into the van and he fought with the intruder. When he came round he realised that he had killed his wife of 40 years.
The court was told that Mr Thomas had suffered from a variety of sleep disorders for most of his life and had a history of sleepwalking.
He had stopped taking medication for depression and Parkinson’s disease because it made him impotent, an omission that also affected his mental state.
The expert witnesses were briefed not to go into too much detail about the condition that affected Mr Thomas for fear of “copycat” killings.

venerdì 20 novembre 2009

Perugia, processo Meredith /2

Gli articoli della Repubblica .it e del Messaggero.it sono interessanti per comprendere le differenti versioni attribuite dagli autori ai protagonisti della vicenda, a volte differenze minime o nulle, come quando si riportano direttamente le parole dl pm Mignini, altre volte più significative. Per costruirsi un'opinione occorre conoscere i molteplici punti di vista elaborando criticamente la propria personale visione dei fatti.

Da Larepubblica.it del 20.11.09 sezione cronache


Omicidio Meredith, requisitoria del pm
"Tirare le fila di questo lungo dibattimento"
I due giovani sono accusati di omicidio volontario, violenza sessuale
porto ingiustificato di un coltello, furto e simulazione di reato
PERUGIA - E' cominciata davanti alla Corte d'assise di Perugia la requisitoria del pubblico ministero nel processo a Raffaele Sollecito e ad Amanda Knox accusati dell'omicidio di Meredith Kercher avvenuto nella notte tra il primo e il 2 novembre di due anni fa. Quattro giorni il delitto dopo la polizia arrestò Sollecito e la Knox, che si proclamano innocenti. I due giovani, tutt'ora detenuti, sono stati quindi rinviati a giudizio per omicidio volontario, violenza sessuale, porto ingiustificato di un coltello, furto e simulazione di reato.

"E' ora di tirare le fila di questo lungo dibattimento, in una vicenda unica nel suo genere nel panorama giudiziario italiano e mondiale e che ha interessato tre continenti", dice il pubblico ministero, Giuliano Mignini. "Un iter processuale lineare e sicuro. Non si possono però passare sotto silenzio - sottolinea Mignini - gli attacchi che hanno accompagnato questo processo e i continui tentativi di delegittimazione nei confronti degli agenti di polizia operanti, che invece hanno svolto con professionalità il loro compito e, talvolta, anche nei confronti della Corte".

"Attacchi fatti da soggetti italiani e di oltreoceano - dice ancora il magistrato - avvocati estranei a ogni mandato, detective in cerca di notorietà, scrittori, giallisti e blogger che si sono dati il cambio per assicurare una sorta di processo parallelo, tutti accomunati da approssimazione e superficialità. Ma il processo si celebra solo in questa aula".

Durante la requisitoria Raffaele Sollecito legge in silenzio la memoria preparata dai suoi difensori; Amanda Knox ascolta attentamente il pm, senza distogliere quasi mai lo sguardo dal magistrato. Entrambi sono seduti accanto ai loro difensori.

I due ex fidanzati non sono sembrati scambiarsi alcuno sguardo durante la mattinata. Seduta vicino alla Knox anche l'interprete che l'ha assistita fin dall'inizio del processo ma la giovane di Seattle sta ascoltando il magistrato senza ricorrere alla traduzione.

Prendendo qualche appunto nei passaggi della requisitoria che più la riguardano direttamente. In aula anche il padre di Sollecito, Francesco, con accanto la seconda moglie e l'attuale marito della madre della Knox.

La sola americana deve rispondere inoltre di calunnia nei confronti di Patrick Lumumba per averlo coinvolto con le sue dichiarazioni nell'indagine sull'omicidio Kercher al quale è stato poi però riconosciuto completamente estraneo. Con loro la procura di Perugia ritiene responsabile del delitto anche Rudy Guede, già condannato a 30 anni di reclusione con il rito abbreviato e per il quale è in corso il processo d'appello (il pg ha chiesto la conferma della pena e l'udienza riprenderà il 21 dicembre prossimo). Anche l'ivoriano sostiene di essere estraneo all'omicidio.

Da Ilmessaggero.it del 20.11.09 sezione cronache

Omicidio Meredith, requisitoria del pm
"Tirare le fila di questo lungo dibattimento"
I due giovani sono accusati di omicidio volontario, violenza sessuale
porto ingiustificato di un coltello, furto e simulazione di reato
PERUGIA - E' cominciata davanti alla Corte d'assise di Perugia la requisitoria del pubblico ministero nel processo a Raffaele Sollecito e ad Amanda Knox accusati dell'omicidio di Meredith Kercher avvenuto nella notte tra il primo e il 2 novembre di due anni fa. Quattro giorni il delitto dopo la polizia arrestò Sollecito e la Knox, che si proclamano innocenti. I due giovani, tutt'ora detenuti, sono stati quindi rinviati a giudizio per omicidio volontario, violenza sessuale, porto ingiustificato di un coltello, furto e simulazione di reato.

"E' ora di tirare le fila di questo lungo dibattimento, in una vicenda unica nel suo genere nel panorama giudiziario italiano e mondiale e che ha interessato tre continenti", dice il pubblico ministero, Giuliano Mignini. "Un iter processuale lineare e sicuro. Non si possono però passare sotto silenzio - sottolinea Mignini - gli attacchi che hanno accompagnato questo processo e i continui tentativi di delegittimazione nei confronti degli agenti di polizia operanti, che invece hanno svolto con professionalità il loro compito e, talvolta, anche nei confronti della Corte".

"Attacchi fatti da soggetti italiani e di oltreoceano - dice ancora il magistrato - avvocati estranei a ogni mandato, detective in cerca di notorietà, scrittori, giallisti e blogger che si sono dati il cambio per assicurare una sorta di processo parallelo, tutti accomunati da approssimazione e superficialità. Ma il processo si celebra solo in questa aula".

Durante la requisitoria Raffaele Sollecito legge in silenzio la memoria preparata dai suoi difensori; Amanda Knox ascolta attentamente il pm, senza distogliere quasi mai lo sguardo dal magistrato. Entrambi sono seduti accanto ai loro difensori.

I due ex fidanzati non sono sembrati scambiarsi alcuno sguardo durante la mattinata. Seduta vicino alla Knox anche l'interprete che l'ha assistita fin dall'inizio del processo ma la giovane di Seattle sta ascoltando il magistrato senza ricorrere alla traduzione.

Prendendo qualche appunto nei passaggi della requisitoria che più la riguardano direttamente. In aula anche il padre di Sollecito, Francesco, con accanto la seconda moglie e l'attuale marito della madre della Knox.

La sola americana deve rispondere inoltre di calunnia nei confronti di Patrick Lumumba per averlo coinvolto con le sue dichiarazioni nell'indagine sull'omicidio Kercher al quale è stato poi però riconosciuto completamente estraneo. Con loro la procura di Perugia ritiene responsabile del delitto anche Rudy Guede, già condannato a 30 anni di reclusione con il rito abbreviato e per il quale è in corso il processo d'appello (il pg ha chiesto la conferma della pena e l'udienza riprenderà il 21 dicembre prossimo). Anche l'ivoriano sostiene di essere estraneo all'omicidio.

Perugia, processo Meredith: requisitoria dei Pm

Oggi A Peugia prosegue il processo per l'omicidio di Meredith Kercher per il quale sono indagati Raffaele Sollecito e Amanda Knox, mentre l'ivoriano Rudy Guede ha in corso l'appello contro la condanna a 30 anni inflitta nel processo di primo grado con rito abbreviato. Ieri l'ivoriano ha raccontato la sua versione dei fatti, ammettendo la sua presenza in casa di Meredith, di intimità con lei,ma ribadendo la sua estraneità all'assasinio e al fatto di non essere riuscito a salvarla dall'emorragia che l'avrebbe dissanguata e di essere fuggito per quel motivo. Il pm Magnini non ritiene verosimile e credibile la sua versione e riconferma la richiesta di condanna a 30 anni come in primo grado di giudizio.
I maggiori quotidiani online riportano la notizia dando ampio spazio ad una presunta rivalità tra Amanda e Meredith.

Le fonti degli articoli sono:
Lastampa.it; Corrieredellasera.it; Larepubblica.it; Ilmessaggero.it

Da Lastampa .it del 20.11.09 sezione Cronache

Perugia, il Pm: "Amanda ha covato
a lungo il suo odio per Meredith"

L'accusa: «La ragazza quella sera ha compiuto la sua vendetta». Poi l'affondo: «Basta demonizzazioni e pressioni sul lavoro dei giudici»

PERUGIA
È cominciata stamani davanti alla Corte d’assise di Perugia la requisitoria dei pubblici ministeri Giuliano Mignini e Manuela Comodi nel processo a Raffaele Sollecito e ad Amanda Knox accusati dell’omicidio di Meredith Kercher. I due imputati erano presenti in aula.

Il primo a prendere la parola è stato il pm Mignini, che ha esordito: «Amanda Knox ha consapevolmente accusato un innocente». Il riferimento è a Patrick Lumumba, che però non ha nominato espressamente, coinvolto nell’indagine sull’omicidio di Meredith Kercher per le dichiarazioni alla polizia della giovane americana e poi prosciolto da ogni addebito (è infatti ora costituito parte civile nei confronti dell’americana accusata di calunnia nei suoi confronti). «Amanda - ha sottolineato il magistrato - non ha mosso un dito mentre languiva in carcere. Nè lei nè la madre che aveva raccolto le sue confidenze. E guarda caso - ha proseguito Mignini - si trattava di una persona di colore come Rudy Guede».

Amanda Knox «ha covato odio per Meredith» e la sera del 2 novembre del 2007 per la giovane americana «era venuto il momento di vendicarsi di quella smorfiosa». È il quadro delineato dal pm Giuliano Mignini nella sua requisitoria. Secondo il pm la Knox doveva incontrare Rudy Guede, inizialmente da sola, forse per questioni legate alla droga di cui entrambi - ha spiegato - facevano uso. Poi però a loro si unì anche Raffaele Sollecito e tutti e tre insieme andarono nella casa di via della Pergola dove già si trovava Meredith. «A quel punto - ha detto Mignini - c’ è stata una discussione per soldi o forse perchè Meredith era contrariata dalla presenza di Rudy. A quel punto c’ è stato il tentativo di coinvolgere Meredith in un pesante gioco sessuale, quella sera che era la prima in cui la giovane inglese era sola in casa. Amanda aveva il modo di vendicarsi di quella ragazza che stava solo con le amiche inglesi e la rimproverava per la sua mancanza di pulizia. È cominciato allora - ha sottolineato Mignini - il calvario di Meredith».

Prima di entrare nel vivo della requisitoria, il pm Mignini non ha lesinato alcuni affondi rivolti ai media statunitensi, dopo due anni di continue pressioni e attacchi al sistema giudiziario italiano: «C’è stata una chiara opera di demonizzazione», ha così detto in aula il pm Mignini. Poi è passato a difendere l’operato della Polizia di Stato: «Pressioni a fronte di un enorme lavoro portato avanti dalla Squadra mobile, dallo Sco e dalla Scientifica locale e nazionale. Il tutto finalizzato esclusivamente ad accertare la verità sull’omicidio della ragazza inglese. La ricerca della verità è un passaggio che in troppe occasioni si è dimenticato, è stato messo in secondo piano».


ora dal Corrieredellasera.it

REQUISITORIA NEL PROCESSO DAVANTI ALLA CORTE D'ASSISE
Delitto di Mez, il pm accusa Amanda: voleva vendicarsi di 'quella smorfiosa'
Il pubblico ministero Mignini davanti alla Corte d'Assise: «La Knox ha covato odio per Meredith»
PERUGIA - Amanda Knox «ha covato odio per Meredith» e la sera del 2 novembre del 2007 per la giovane americana «era venuto il momento di vendicarsi di quella smorfiosa». A parlare è il pm Giuliano Mignini nella sua requisitoria davanti alla Corte d'Assise a Perugia. Secondo il pubblico ministero, la sera del delitto la Knox doveva incontrare Rudy Guede, inizialmente da sola, forse per questioni legate alla droga di cui entrambi - ha spiegato - facevano uso. Poi però a loro si unì anche Raffaele Sollecito e tutti e tre insieme andarono nella casa di via della Pergola dove già si trovava Meredith. «A quel punto - ha detto Mignini - c' è stata una discussione per soldi o forse perché Meredith era contrariata dalla presenza di Rudy. A quel punto c' è stato il tentativo di coinvolgere Meredith in un pesante gioco sessuale, quella sera che era la prima in cui la giovane inglese era sola in casa. Amanda aveva il modo di vendicarsi di quella ragazza che stava solo con le amiche inglesi e la rimproverava per la sua mancanza di pulizia. È cominciato allora - ha sottolineato Mignini - il calvario di Meredith».
«ACCUSE CONSAPEVOLI A UN INNOCENTE» - Il pm accusa la studentessa di Seattle nche di aver «consapevolmente accusato un innocente». Il riferimento è a Patrick Lumumba, che però non ha nominato espressamente, coinvolto nell'indagine sull'omicidio di Meredith Kercher dalle dichiarazioni alla polizia della giovane americana e poi prosciolto da ogni addebito (è infatti ora costituito parte civile nei confronti dell'americana accusata di calunnia nei suoi confronti). «Amanda - ha sottolineato il magistrato - non ha mosso un dito mentre languiva in carcere. Né lei né la madre che aveva raccolto le sue confidenze. E guarda caso - ha proseguito Mignini - si trattava di una persona di colore come Rudy Guede».
DEMONIZZAZIONE DEI TESTIMONI» - Durante la requisitoria, Mignini si è tolto anche qualche sassolino dalla scarpa, parlando di una «continua operazione di demonizzazione» di alcuni testimoni facendo riferimento all'operato delle difese degli imputati. «Diversi testi - ha detto il pubblico ministero - hanno esitato a presentarsi agli inquirenti, ma poi lo hanno fatto in maniera assolutamente precisa. Le difese hanno invece insinuato il sospetto che lo hanno fatto per chissà quali manovre». Mignini ha poi evidenziato il «lavoro enorme» fatto dalla polizia «per accertare la verità sull'omicidio della ragazza inglese, della quale - ha detto - troppo spesso ci si dimentica». Ha ricordato l'impegno della squadra mobile di Perugia, dello Sco e della scientifica del capoluogo umbro e nazionale.

martedì 17 novembre 2009

Garofano e l'invidia sociale per gli eroi

Oggi sul Corrieredellasera.it Marco Imarisio scrive un acuto articolo sullo sport tutto italiano di infangare con soddifazione gli eroi che si distinguono per azioni coraggiose, per risultati eccelenti che non sono limitati alla sfera personale, ma divengono utili, positive per la collettività. I bersagli possono essere Vip, sportivi, ma anche servitori dello Stato come nel caso del Capitano Ultimo e di Garofano accomunati nell'articolo da uno strano destino.


Dalla lettura contenente la citazione di De Rita "Siamo vittime del contagio revisionista" prende spunto la considerazione che, dai fatti analizzati, si evince la potenza dell'invidia sociale, motore di movimenti d'opinione negativi atti a distruggere, infangare chi ha osato emergere dalla massa, dall'anonimato per il bene del proprio Paese, per il coraggio e la professionalità con cui ha svolto il proprio incarico, quasi fosse un attacco al qualunquismo, all'inettitudine, alla pigrizia intellettuale, all'acquiescenza pronta a divenire furore appena cambia il verso del vento, appena l'eroe si trova in difficoltà e ritorna vulnerabile, umano e piccolo come è nella condizione del popolo degli indifferenti.
Il peso dei meriti e degli eventuali errori è diseguale, per una regola di sopravvivenza siamo portati a ricordare meglio gli eventi negativi onde proteggerci dagli effetti pericolosi, ma qui non è in gioco la sopravvivenza della persona, o forse sì, la sopravvivenza dell'Ego degli inetti, degli ignavi, di chi gode delle disgrazie altrui, punito per aver osato dimostrare il valore, la grandezza d'animo, pronto al sacrificio per un ideale, per una fedeltà ai principi apparentemente smarriti e messi in risalto dall'opera di questi eroi moderni, non esenti da difetti eppure umani e nello stesso tempo Grandi.
Se criminalizziamo gli eroi postivi uccidiamo la nostra speranza di cambiamento, di rinascita tanto necessaria quanto difficile e accettiamo supinamente i soprusi degli arrogati e potenti perchè tanto capitano agli altri, mica a noi, che conduciamo la nostra vita grigia di sogni sbiaditi e dissolti nell'inazione per non essere attaccati, per vivere tranquilli.
Gli uomini coraggiosi come Capitano Ultimo e Garofano sono l'ossigeno delle coscienze civili, testimoni di aderenza a principi morali dei quali, sì, dovremmo essere positivamente invidiosi.

lunedì 16 novembre 2009

Scotland Yard cattura stupratore seriale accusato di quasi 200 aggressioni/Man charged with "Night Stalker" sex attacks on elderly

Giunge da Scotland Yard la notizia più confortante della giornata per i temi affrontati da questo blog: la cattura di uno strupratore seriale che per diciassette anni ha aggredito quasi 200 donne anziane dai 68 anni ai 93. Si tratta di un uomo sposato di 52 anni, Delroy Grant, insospettabile, di giorno premuroso nell'assistere la moglie costretta sulla sedia a rotelle dalla sla, di notte implacabile cacciatore che con un identito modus operandi, si introduceva nottetempo nelle case delle vittime, tagliava i fili della luce e del telefono e indossando passamontagna e tuta neri assaltava le donne cogliendole nel sonno, puntando loro una luce violenta sul volto. Sebbene sulle scene dei crimini fossero state raccolte quasi 2000 tracce di Dna, soltanto un grossolano errore ha permesso la cattura del criminale: ha utilizzato il bancomat di una vittima per prelevare denaro.

Ho preferito risalire alla fonte originale dal Times on line per sottopporre alla vostra attenzione questo articolo di Adam Fresco insieme alla domanda:" Secondo voi quale motivazione potrebbe aver spinto ad un simile comportamento violento ed abietto contro donne anziane un uomo che era marito premuroso ed accudente la consorte malata?
Prima di esporre la mia ipotesi interpretativa vorrei conoscere le vostre opinioni


From Times Online
November 16, 2009
Man charged with ‘Night Stalker’ sex attacks on elderly
Adam Fresco, Crime Correspondent


A 52-year-old full-time carer has appeared in court today charged with a series of rapes and indecent assaults on elderly people over the last 17 years.
Delroy Grant appeared at Greenwich Magistrates’ Court, a day after he was arrested by detectives hunting a sex attacker dubbed the Night Stalker.
Mr Grant, from Brockley, southeast London, was charged with five rapes, six indecent assaults, two burglaries, eight burglaries with violence and one burglary with intent to rape, dating from between October 1992 and May this year. Twelve of the offences related to a three month period between June and August 1999, according to court papers.
Wearing a white tracksuit and appearing relaxed, Mr Grant spoke aloud only to confirm his name, age and address.

District Judge Angus Hamilton remanded him into police custody until Thursday when he is due to appear in court again.
Detectives from Operation Minstead arrested Mr Grant as he returned to his car in Shirley, southeast London, yesterday morning.
Operation Minstead was set up to find the man known as the Night Stalker, who targeted men and women aged up to 93 across South London, breaking into their homes and subjecting them to horrific ordeals of up to four hours.
The incidents took place in clusters in South and southeast London, including Dulwich, Orpington, Norwood, Downham, Lee, Croydon, West Wickham and Bickley.
Striking up to nine times a week, the attacker has eluded police for 17 years despite a huge manhunt which involved sending officers to the Caribbean and detectives offering a £40,000 reward.
The Night Stalker is known to have attacked at least 108 times, although more recent assaults were not publicised and, according to reports, that total may be closer to 200.

Gen. Garofano: "Dirò la mia verità". Domani conferenza stampa

Fra gli articoli oggi in rassegna stampa, il più completo sulle dimissioni del gen. Garofano è quello pubblicato da Larepubblica Parma .it. Interessanti come e più del solito i commenti dei lettori all'articolo, quasi tutti espressioni di solidarietà apprezzamento e stima per l'ex comandante dei Ris e perplessità quando non aperto dissenso con l'operato dell'avv. Taormina. Da sottolineare che il tribunale militare all'epoca dell'inchiesta non ravvisò reati commessi che fossero sotto la sua competenza e tramise gli atti alla procura civile.


Da Larepubblica Parma.it 16.11.09
Luciano Garofano lascia la guida dei Ris. La notizia arriva prima che, in serata, il procuratore di Parma Gerardo La Guardia confermi l'apertura di un fascicolo nei suoi confronti per le ipotesi di reato di truffa ai danni dello Stato, peculato, falso e abuso d'ufficio. Le indagini sono scaturite da una denuncia dell'avvocato Carlo Taormina in merito a presunte irregolarità compiute dal reparto per lo svolgimento di consulenze tecniche su importanti e controversi casi giudiziari degli ultimi anni

Romano, 56enne, Luciano Garofano è stato fino a ieri comandante del Reparto investigazioni scientifiche di Parma, che guidava da 14 anni. Ha presentato congedo al comando generale dei carabinieri dopo essersi occupato dei delitti più noti degli ultimi anni, dall’o micidio di Garlasco alla strage di Erba, dal caso Cogne all’a ssassinio di via Poma. Difficilmente ora rimarrà disoccupato: da tempo l'ufficiale sarebbe al centro di un progetto per la nascita di una nuova struttura di investigazione privata.

"Dirò la mia verità". Ieri il colonnello, diventato generale al momento del congedo come da consuetudine, aveva preferito non rilasciare nessuna dichiarazione: "In questo momento - aveva detto - non intendo fare alcun commento". Oggi ha aggiunto: "Sono accuse che fanno molto male", annunciando per domani alle 12 una conferenza stampa all'hotel Excelsior di Roma, dove racconterà la sua versione dei fatti in merito all'indagine in cui è coinvolto e alla scelta di lasciare l'Arma. "Sono pronto - ha sottolineato - a raccontare tutta la verità. Risponderò a tutte le domande che mi verranno rivolte".

L'inchiesta. Nelle indagini della procura di Parma Garofano è l'unico iscritto nel registro degli indagati per una vicenda che ruota intorno ad alcune consulenze di cui è stato incaricato, in qualche caso in qualità di "persona fisica", non di ufficiale superiore dell'Arma. Quelle nei suoi confronti, commenta La Guardia "sono ipotesi di reato per certi versi provvisorie in attesa di avere una informativa specifica e definitiva. Il colonnello non è stato convocato per un interrogatorio che allo stato non avrebbe senso". Insomma, l'inchiesta è ancora agli albori ed è "prematuro esprimere qualunque tipo di valutazione. "Il tribunale militare aprì un'inchiesta sul colonnello Garofano non ravvisando però la commissione di reati che potessero rientrare sotto la sua competenza. "A giugno - ha spiegato Laguardia - gli atti sono stati trasmessi a Parma e noi abbiamo aperto un fascicolo".

Le dimissioni. Secondo le prime ricostruzioni le dimissioni di Garofano, però, non sarebbero collegate con la vicenda che lo vede indagato, ma sarebbero da ricondurre a motivazioni personali legate al suo trasferimento da Parma disposto dopo che Garofano si era presentato alle ultime elezioni europee con La Destra, senza però essere eletto. La motivazione alla base del trasferimento disposto dal Comando generale dell'Arma sostiene che in base alla legge il comandante non poteva più continuare ad esercitare là dove si era candidato.

Un'impostazione contestata dall'ufficiale, che aveva fatto ricorso al Tribunale amministrativo regionale contro il provvedimento. Il Tar in un primo momento aveva accolto la richiesta di sospensiva, bloccando il trasferimento, ma il Consiglio di Stato ne ha successivamente riconosciuto la legittimità. Il colonnello Garofano è stato dunque trasferito da Parma al Racis di Roma, il Raggruppamento operativo scientifico dell'Arma, una decisione che l'ufficiale ha continuato a non condividere.

La soddisfazione di Taormina. Comunque soddisfatto l'ex avvocato di Anna Maria Franzoni, condannata anche grazie alle indagini del Ris di Parma. "Ciò che ha costituito oggetto delle mie indicazioni - ha commentato Taormina - ha trovato riscontro. Più volte il Comandante Garofano ha riservato a me attacchi di tutti i generi senza successo. Mi auguro che finalmente ora questo signore possa rispondere alla giustizia ordinaria senza divisa e ulteriore possibilità di remora".

"Le accuse - precisa l'avvocato - sono di aver utilizzato attrezzature e personale appartenente all'Arma durante l'orario di ufficio e di aver percepito somme di denaro dalle consulenze tecniche affidategli quando il consulente tecnico nominato dai pubblici ministeri o dai giudici per legge non può essere considerato pubblico ufficiale ma privato cittadino".

La solidarietà dell'Arma. "L'Arma conferma stima e apprezzamento per le qualità professionali e personali del generale Garofano e dei militari del Ris di Parma". E' quanto rispondono all'ufficio stampa del comando generale dell'Arma dei carabinieri alla richiesta di un commento sulla vicenda Garofano. I militari del Ris, proseguono all'ufficio stampa, "operano con incarichi di consulenza e perizia conferiti anche a titolo individuale dall'autorità giudiziaria, secondo le regole fissate dal codice di procedura penale e dalla disciplina interna per l'uso delle strumentazioni dell'Amministrazione". "L'Arma - viene infine sottolineato - è impegnata al fianco dell'autorità giudiziaria di Parma per chiarire ogni dettaglio della vicenda".

domenica 15 novembre 2009

Il Col. Garofano si congeda dall'Arma

Oggi, 15 novembre il tg1 delle 13.30 lancia la notizia delle dimissioni del Col. Garofano dall'Arma dei Carabinieri che le accetta. Le motivazioni di questa scelta sono note in verità soltanto all'ex Comandante dei Ris di Parma, mentre le varie testate giornalistiche, con qualche distinguo, collegano la decisione con il ruolo di indagato per truffa ai danni dello stato ed altri reati ipoteticamente commessi durante le indagini sui casi esaminati dal Col. e dalla sua squadra dall 2002 ad oggi, i cui documenti cartacei, si parla di circa ventimila faldoni, sono stati prelevati in due riprese dalla Guardia di Finanza su ordine del pm Dal Monte, titolare dell'indagine presso la Procura di Parma su denuncia dell'avv. Taormina.
Altre ipotesi di motivazioni sono legate alla decisione del Comando Generale dell'Arma di trasferimento del Col.Garofano dal Ris di Parma al Racis di Roma per incompatibilità ambientale dopo la candidatura alle lezione europee nello stesso collegio elettorale in cui il Col.Garofano opera. A questa decisione il comandante si era opposto ed il Tar del Lazio aveva annullato il trasferimento, ma il ricorso dell' Arma era stato accolto in Consiglio di Stato ed il trasferimento divenuto definitivo.
Oltre alle motivazioni sulle quali è lecito interrogarsi colpisce lo stile a tratti già colpevolista con cui è ritratto il Col. Garofano, con richiami e relativi giudizi al suo impegno nella divulgazione del ruolo delle indagini scientifiche, come se non si trattasse della stessa persona che insieme alla sua squadra di scienziati contribuiva a risolvere i più famosi casi di cronaca dai Caretta a Tommaso Onofri, a Novi Ligure, a Erba passando per Cogne.
L'inizio della campagna mediatica contro i Ris di Parma ed in particolare contro il suo Comandante avviene a Cogne con l'irrompere nella difesa della Franzoni dell'avv. Taormina e continua ancora oggi con il caso di Garlasco.
Il prof. Taormina a mezzo stampa e in trasmissioni televisive lancia pesantissime accuse sull'operato dei Ris e del suo comandante, tentando di screditare la professionalità e l'attendibilità dei risultati delle loro indagini. Partono le denunce per calunnie e diffamazione che non avranno giustizia per l'immunità parlamentare prima e per decorrenza dei termini legali poi.
L'avv. Taormina continua ora compiaciuto la sua personale guerra contro un professionista che per oltre trenta anni ha servito lo Stato con dedizione e senso di responsabilità, a garanzia della sicurezza dei cittadini.
Le posizioni dell'avv. Taormina sono note, mentre quelle del Col. Garofano sono affidate alle pagine del suo ultimo libro "Il processo imperfetto" in cui descrive anche i contrasti con il difensore della Franzoni. All'indomani della pubblicazione del libro, con tempestività impressionante, la Guardia di Finanza requisisce alcuni faldoni relativi agli atti di alcuni casi presso la sede del Ris di Parma su denuncia dell'Avv. Taormina. A due mesi dall'uscita del libro parte puntualissima l'annuncio di querela da parte dell'Avv. Taormina per le pagine in cui è protagonista.
Al di là di tutte le considerazioni possibili sui fatti da indagare, per i quali la Procura di Parma dovrà accertare la fondatezza o meno, vorrei conoscere la vera origine dell'aggressività dell'avv. Taormina nei confronti del col. Garofano, che si concretizza utilizzando strumenti di legge per finalità che i cittadini non riescono a comprendere completamente, ma che pagano attraverso i contributi di tutti.
I soldi dei contribuenti sono ben spesi per indagare anche su casi risolti, passati giudicato, quando si auspica una maggiore disponibità di risorse per la magistratura per ridurre la durata dei processi?
Quanto ci costa la vendetta privata di Taormina? E' davvero così necessario e giustificato attaccare la carriera, il prestigio, il valore di uno scienziato in divisa per soddisfare la sete di giustizia del prof. Taormina?
Ai cittadini interessano altre battaglie, da combattere quotidianamente contro i soprusi dei potenti, degli arroganti, impuniti anche se palesemente colpevoli, a piede libero per continuare a commettere reati contro gli onesti ed ingenui che credono ancora di ottenere giustizia.
Ma la giustizia è ingolfata da una montagna di processi da definire, ora se ne aggiunge un altro.
In uno stato democratico in cui è possibile esprimere liberamente il proprio pensiero, l'utilizzo strumentale di mezzi di comunicazione in condizioni di squilibrio fra due o più posizioni contrapposte non favorisce il confronto sereno e costruttivo, quindi usiamo la democrazia della Rete per dare voce ai tanti che per pudore, onestà, senso di responsabilità decidono per il silenzio e la riflessione in attesa di far valere il loro diritto ad ottenere giustizia.

lunedì 15 giugno 2009

Roma, stupro di Capodanno: ecco la sentenza

All'inizio di quest'anno avevamo dedicato spazio alla vicenda dello stupro di Capodanno alla Fiera di Roma, in particolare al movimento di indignazione popolare che si era connesso a vicende politiche, in primo luogo al governo della città assediata dal crimine. Ora a distanza di sei mesi la sentenza emessa con il rito abbreviato che dà diritto ad uno sconto di un terzo della pena che in questo caso è di 2 anni e 8 mesi.
I commenti dei lettori agli articoli sull'argomento apparsi su varie testate on line oscillano dall'indignazione per la leggerezza della pena, ad un sentimento di dubbio sulla reputazione status morale della vittima , ad un richiamo da parte di pochi ad un attenta lettura delle informazioni prima di esprimere opinioni, ribadendo il concetto che i giudizi si possano esprimere solo in aule di tribunali ad opera di un giudice.

Raccolgo gli articoli più significativi per sottoporli alla vostra riflessione

Dall'agenzia Ansa
2009-06-15 17:53
STUPRO DI CAPODANNO: PER FRANCESCHINI 2 ANNI 8 MESI
ROMA - Due anni e otto mesi di reclusione. E' la condanna che il gup di Roma, Luigi Fiasconaro, ha inflitto a Davide Franceschini, il giovane di 22 anni di Fiumicino che confessò di essere il responsabile dello stupro di Capodanno ai danni una ragazza di 25, durante una festa alla Fiera di Roma. Lesioni gravi psicologiche e fisiche, nonché violenza sessuale, sono i reati per i quali il giovane è stato condannato al termine del rito abbreviato. Dovrà pagare 10mila euro di provvisionale alla parte offesa e 3mila al comune di Roma.

Il pm Vincenzo Barba aveva chiesto una pena di 4 anni di carcere per lesioni gravissime e violenza sessuale. Il reato di violenza sessuale prevede una pena dai cinque ad un massimo di dieci anni di reclusione. Anche dalla vicenda di Franceschini e dalla sua scarcerazione disposta dal gip alcuni giorni dopo la violenza (il pm diede parere favorevole) scaturì il cosiddetto Decreto antistupri varato dal governo che prevede la carcerazione preventiva per questo tipo di reati.

Franceschini fu arrestato il 23 gennaio scorso dalla squadra mobile di Roma; tornò in libertà il 20 marzo dopo che il gip ritenne non più sussistenti le esigenze di custodia cautelare (il pm al tempo espresse parere contrario). Tornò poi in carcere per effetto del decreto antistupri. Fu lo stesso Francechini a confessare lo stupro, giustificandosi con l'aver agito sotto l'effetto di droga e alcol.



Da LaRepubblica.it del 15.06.09

Accadde la notte di San Silvestro durante la festa organizzata alla Fiera
Arrestato, scarcerato, rinchiuso a Regina Coeli per il decreto antistupri, è tornato libero
Roma, condanna per lo stupro di Capodanno
Due anni e otto mesi al violentatore

ROMA - Condannato per violenza sessuale il giovane che abusò di una ragazza durante la festa di Capodanno alla Fiera di Roma. Due anni e otto mesi di reclusione inflitti a Davide Franceschini, 22 anni di Fiumicino, che confessò di essere il responsabile dello stupro: "Ma ero sotto l'effetto degli stupefacenti".

Al termine del rito abbreviato, il giudice ha fissato in 10 mila euro la provvisionale da versare alla ragazza e in 3 mila al comune di Roma costituito parte civile nel procedimento. "E' una sentenza equilibrata", ha ammesso l'avvocato dell'imputato. Il pm Vincenzo Barba aveva chiesto una pena più severa: 4 anni.

Quella sera, alla Fiera di Roma, Davide fu intervistato da una troupe televisiva di Studio Aperto. Gli domandarono se voleva lanciare un messaggio ai giovani: "Sì che lo voglio fare", rispose. "Nel 2009 c'è da divertirsi, ma ragazzi, date retta a me: non bevete e non fate cose strane". Qualche ora dopo, in un angolo isolato della Fiera, aggredì la ragazza, "ma avevo bevuto", tentò di giustificarsi con il giudice.

Franceschini era stato messo agli arresti domiciliari pochi giorni dopo la violenza, riportato in cella per il cosiddetto Decreto antistupri che prevede la carcerazione preventiva per questo tipo di reati, e rimesso infine in libertà dopo quattro giorni. Stamane il ragazzo era in aula. Al suo fianco, come sempre, la madre convinta, anche dopo la condanna, che suo "figlio è innocente".

"Me lo avevano detto che le difese degli stupratori dicono sempre che le donne erano consenzienti o che sono delle provocatrici. Io non ci credevo, non volevo crederci. Pensavo che non esistessero persone così cattive, invece è successo anche a me". Lo scriveva la ragazza stuprata tre mesi dopo la violenza, in una lettera aperta a Repubblica. "Oggi ho paura di tutto. Ho paura di camminare da sola. Ho paura del buio, ho paura del mio futuro. Lo so che non mi debbo vergognare, ma non è facile. Potrò dimenticare? Potrò ritornare a fare una vita normale?"


Da Corrieredellasera.it del 15.06.09

Stupro di Capodanno, Franceschini
condannato a 2 anni e 8 mesi
I reati contestati: lesioni gravi psicologiche e fisiche,
e violenza sessuale. Il pm aveva chiesto 4 anni di carcere

ROMA (15 giugno) - Due anni e otto mesi di reclusione. È la condanna che il gup di Roma, Luigi Fiasconaro, ha inflitto a Davide Franceschini, il giovane di 22 anni di Fiumicino che confessò di essere il responsabile dello stupro di Capodanno ai danni una ragazza di 25, durante una festa alla Fiera di Roma.

I reati contestati sono lesioni gravi psicologiche e fisiche,e violenza sessuale. Franceschini dovrà pagare 10mila euro di provvisionale alla parte offesa e 3mila al comune di Roma.

Il pm Vincenzo Barba aveva chiesto una pena di 4 anni di carcere per lesioni gravissime e violenza sessuale. Il reato di violenza sessuale prevede una pena dai cinque ad un massimo di dieci anni di reclusione.

Franceschini fu arrestato il 23 gennaio scorso dalla squadra mobile di Roma; tornò in libertà il 20 marzo dopo che il gip ritenne non più sussistenti le esigenze di custodia cautelare (il pm al tempo espresse parere contrario). Tornò poi in carcere per effetto del decreto antistupri. Fu lo stesso Francechini a confessare lo stupro, giustificandosi con l'aver agito sotto l'effetto di droga e alcol.

«Il gup ha oggi riconosciuto che la mia assistita è stata vittima di violenza sessuale e lesioni. Siamo soddisfatti di questa sentenza. La ragazza ha preso atto che il suo violentatore pagherà e ha un senso di liberazione». È il commento dell'avvocato Fabrizio Federici, legale della ragazza. «Anche la mia assistita - ha aggiunto - è soddisfatta della sentenza, perchè è stata rivalutata la sua posizione dopo che era stato detto che si era inventata tutto e che era consenziente. Nel corso dell'udienza ha anche dovuto rispondere ad alcune precisazioni richieste dal giudice. Ha pianto perchè per lei è ancora una sofferenza viva e ripercorrere quei ricordi le è sempre doloroso».

mercoledì 18 marzo 2009

Le confessioni devono essere confermate: uso del test dna

Anche il Corriere della sera .it, oggi, si occupa del caso dell'inglese ingiustamente condannato anche se reo confesso di omicidio.
Ancora una prova dell'utilità del test del Dna sia per identificare i colpevoli di reati che per scagionare gli innocenti

CONDANNATO ALL'ERGASTOLO PER OMICIDIO ERA INNOCENTE
Scagionato dopo 27 anni dal test del dna
L'uomo, malato mentale, aveva confessato l'omicidio



LONDRA - «E' bellissimo essere nuovamente libero, sono estasiato» ha affermato Sean Hodgson, l'uomo accusato dell'omicidio di una ventiduenne, Teresa de Simone, strangolata nella sua auto in un parcheggio di Southampton nel 1979. Hodgson, che soffre di gravi disturbi mentali, era stato condannato all'ergastolo nel 1982 anche perchè si era dichiarato più volte colpevole ma secondo la difesa l'uomo sarebbe un bugiardo cronico e le sue affermazioni sarebbero state false.
In seguito alla richiesta degli avvocati, quindi, il caso è stato riesaminato nello scorso novembre e dopo ventisette anni l'esame dna lo ha scagionato. All'epoca dell'0micidio i test non erano ancora in uso e l'appello presentato dalla commissione per la revisione delle pene non è stato contestato dalla procura in modo da garantire la rapida scarcerazione dell'uomo. Sean Hodgson è una delle persone rimaste più a lungo in una prigione di Sua Maestà a causa di un errore giudiziario

18 marzo 2009

Londra:Test Dna scagiona innocente dopo 27 anni

Giunge da Londra la notizia di un test del dna eseguito su un condannato all'ergastolo per omicidio e stupro che dimostra l'innocenza dell'indagato e apre le porte del carcere dopo 27 anni.
Il test del Dna si dimostra risolutivo nell'identificazione di un sospettato di un crimine, quando si abbiano a disposizione tracce biologiche conservate correttamente dopo quasi trentanni. Con le nuove tecnologie a disposizione nelle indagini scientifiche sarà possibile risolvere dubbi e dissipare certezze non scientificamente fondate

Da LaStampa.it
18/3/2009 (14:55) - LA STORIA
Rilasciato dopo 27 anni di carcere
Il test del Dna conferma: è innocente


Era stato condannato all'ergastolo
per l'omicidio di una 22enne
LONDRA
Un uomo che ha trascorso 27 anni in prigione per l’omicidio di una barista, è stato scarcerato in seguito ad un test del Dna che ne avrebbe dimostrato l’innocenza. Sean Hodgson, 58 anni, era stato condannato all’ergastolo nel 1982 per aver strangolato la 22enne Teresa de Simone nella sua auto in un parcheggio di Southampton, nel dicembre del 1979.

I test del Dna non erano ancora in uso all’epoca ed è stato soltanto nel novembre dello scorso anno che, in seguito ad una richiesta degli avvocati di Hodgson, il suo caso è stato riesaminato. L'uomo era stato arrestato perchè sulla scena del crimine erano state individuate tracce di sangue che corrispondevano al suo, ma soprattutto per le confessioni spontanee.

Hodgson, che soffre di problemi mentali, aveva infatti confessato diverse volte l’omicidio, ma secondo la difesa l’uomo sarebbe un bugiardo cronico e le sue affermazioni sarebbero state inventate. La procura britannica non ha contestato l’appello presentato dalla commissione per la revisione delle pene e Hodgson è tornato in libertà. Il suo è stato classificato come il peggior caso di errore giudiziario e potrebbe aprire la strada alla revisione di molte altre condanne, inflitte quando ancora non esistevano i test del Dna. L'unico caso paragonabile a quelo di Hodgson risale agli anni Settanta. Il diciassettenne Stephen Downing fu arrestato con l'accusa di aver ucciso a botte una donna, Wendy Sewell. Anche Downing, che continuava a proclamarsi innocente, fu condannato e rimase in carcere per ben 27 anni. Poi, grazie al test del Dna, venne rilasciato.

giovedì 12 marzo 2009

Stupro Caffarella e test del Dna: quando i risultati non sono quelli attesi


Da LaRepubblica.it Cronaca 12.03.09

Il retroscena. Le tracce analizzate sono di un egiziano
con cui la donna ebbe un rapporto sessuale la mattina
Stupro Primavalle, un altro mistero
il Dna sulla vittima non è di RaczLa sera, dopo l'agguato, si è lavata come ha potuto con acqua minerale

di CARLO BONINI

ROMA - Di come stiano le cose sembrano consapevoli tutti. E forse per questo tutti ne parlano malvolentieri. Lo si può dire in due parole: se l'inchiesta della Caffarella ha conosciuto un calvario, quella di Primavalle non promette nulla di meglio. Con una posta in gioco che, per altro, è cresciuta. Perché se Karol Racz non fosse lo stupratore della notte del 21 gennaio in via Andersen, la sua uscita dal carcere non dovrebbe attendere un minuto di più e anche la sua presenza, tre settimane dopo, sulla scena del crimine nel Parco della Caffarella perderebbe, a dispetto delle testimonianze, parte della sua plausibilità.

Se lo si chiede a Lorenzo La Marca, l'avvocato di Racz, la risposta è sorniona: "Il caso di Primavalle? Vedremo". Poi, con un sorriso: "Chiedere la scarcerazione al riesame? Non l'ho ancora fatto perché aspetto i test definitivi del dna...". La laconicità delle risposte dissimula la conoscenza di un'indiscrezione di cui gli investigatori sono al corrente da giorni. Che è questa: il dna sin qui estratto dalle tracce biologiche repertate sul corpo della vittima dello stupro di Primavalle non è quello di Racz. Al contrario, corrisponde con esattezza a quello di un altro uomo con cui la donna ebbe un rapporto sessuale consenziente la mattina del 21 gennaio. Il dettaglio non è decisivo, ma ha una certa rilevanza. Soprattutto, apre un nuovo enigma che se i risultati definitivi del lavoro della scientifica, tuttora in corso, non dovessero essere in grado di sciogliere (evidentemente con l'individuazione di altre tracce biologiche), promette di far ingarbugliare anche questo caso più di quanto già non lo sia.

Per quel che gli atti istruttori documentano, la donna vittima dello stupro racconta con comprensibile tormento che la mattina del 21 gennaio ha avuto nel suo appartamento un rapporto sessuale consenziente con un cittadino egiziano di cui la polizia ha accertato l'identità. Aggiunge di aver fatto una doccia prima di uscire di casa e di aver quindi trascorso l'intera giornata in commissioni, utilizzando i mezzi pubblici. Quindi, di essere stata aggredita la sera, nel tragitto a piedi tra la fermata dell'autobus di via Andersen e la sua abitazione. Sono in due e la sorprendono alle spalle. Uno solo di loro è l'uomo che abusa. Indossa un giaccone con il cappuccio tirato sulla testa. La donna, ferita, chiama un'amica e quindi soccorso. Si ripulisce come può con dell'acqua minerale prima di arrivare in ospedale, dove le viene certificata la violenza e prelevati i tamponi per l'esame del dna.


Il test, almeno in questa prima fase (gli esami completi si attendono per i prossimi giorni) individua il solo dna dell'uomo con cui la donna ha avuto rapporti al mattino. Possibile che sia rimasta solo quella traccia? Che una giornata sui mezzi pubblici e la violenza non ne abbiano lasciato di altre? E che l'acqua del mattino (la doccia) e della sera (la minerale) abbia lavato tutto, tranne un solo dna?

Alla Squadra mobile allargano le braccia. "Al momento, è così", dicono. E nella presa d'atto si coglie un segno di frustrazione che si comprende meglio alla luce di quel che accade dopo e intorno a quel primo test del dna. In un primo momento, la donna vittima della violenza non è in grado di fornire una descrizione precisa del suo aggressore. Se non per un particolare. E' un "uomo scuro" con gli incisivi ridotti a monconi anneriti. Poi, l'ultimo venerdì di febbraio, è nel carcere di Regina Coeli. Le vengono mostrati tre uomini che indossano un giaccone con il cappuccio tirato sulla testa. Uno di loro è Karol Racz, arrestato il 18 febbraio con l'accusa di essere uno dei due stupratori della Caffarella. La donna non dà segni di riconoscere tra loro il suo aggressore. Allora, agli uomini viene chiesto di togliere il cappuccio e, alla vista di Racz, la donna, prima di svenire, ha una crisi emotiva che scuote gli stessi magistrati presenti. La sua reazione, più che il condizionale delle parole che pure ripete quattro volte ("Direi che è lui. Mi sembrerebbe lui"), convince il pm Nicola Maiorano che il riconoscimento sia pieno. Che sia Racz l'uomo di via Andersen. Anche perché i suoi incisivi sono effettivamente martoriati come nel primo ricordo della vittima.

Quel che accade dopo è cronaca di questi giorni. Racz si dice innocente e offre per la notte del 21 gennaio un alibi. "Ero al campo", dice, chiamando a testimoni gli stessi rom che Loyos indicherà quali alibi per il pomeriggio della Caffarella. Amici di Racz e di suo fratello che - detto per inciso - viene arrestato come Karol, ma per altri motivi, il 18 febbraio e con lui è oggi a Regina Coeli. La donna, intervistata, ritratta in due diverse occasioni. Dice di non essere più certa del suo riconoscimento.

I video della Polizia sugli interrogatori: è giusto renderli pubblici?

Esistono situazioni in cui l'esibizione di prove video registrate può risultare non utile ai fini dell'accertamento del reale svolgimento dei fatti, il più possibile vicino alla ricerca della verità su un reato odioso come lo stupro. La prudenza e il rispetto delle norme processuali appaiono sempre più disattesi in nome di una visibiltà mediatica che soddisfa un bisogno di morbosa curiosità piuttosto che corretta informazione.
Indispensabile diventa l'esigenza di un'etica dell'informazione che sia effettivamente al servizio dei cittadini e non suddita dell'audience.


Da LaStampa.it
12/3/2009 (7:9) - RETROSCENA
"L'interrogatorio del biondino in tv,
è stato solo l'ultimo dei passi falsi"


Il video è stato trasmesso dalla trasmissione "Porta a Porta"

Critiche bipartisan sul video della polizia

Articolo di FRANCESCO GRIGNETTI

ROMA
Sembra un caso da manuale. Perfetto esempio per ragionare sull’infernale tema della giustizia spettacolarizzata. E’ giusto che la videoregistrazione dell’interrogatorio al biondino romeno, Alexandru Loyos, ripreso a sua insaputa mentre parla al magistrato in una stanza della questura di Roma, finisca sui siti Internet? E’ normale che sia trasmesso da Bruno Vespa in una ottima puntata di «Porta a Porta» e che si anticipi il processo stesso a Loyos, che ormai deve rispondere solo di una presunta calunnia ai danni del suo amico Karol? Si badi che il video sarà il cuore del futuro processo. Uno di quei documenti che dovrebbe essere a conoscenza delle parti, cioè il sostituto procuratore che conduce l’inchiesta e gli avvocati. Loro e soltanto loro, almeno in questa fase. Ma due giorni fa a divulgarlo ci ha pensato la polizia, punta sul vivo dall’accusa di avere picchiato i due fermati. E in un momento in cui, per di più, si studiano norme restrittive sulla pubblicazione di documenti processuali.

Evidente il senso della mossa. Dice agli italiani: guardatelo quanto è calmo, quanto è lucido, come risponde tranquillo a un magistrato, altro che botte. Epperò i legali dei due romeni ci sono rimasti male. Quel video, loro, non l’avevano nemmeno prelevato. Accortezza inutile. Da due giorni è già su tutti i monitor. «Sono assolutamente contrario - insorge il senatore Carlo Vizzini, Pdl, presidente della commissione Affari costituzionali - che si violino le norme su materie così delicate. Penso alla giustizia anglosassone, che non permette l’ingresso delle telecamere nelle aule di giustizia, tanto che i giornali tradizionalmente ricorrono ai disegnatori... Figurarsi atti d’indagine. Atti che assolutamente non devono circolare. Per me è un fatto di civiltà e di garanzie». «Quest’inchiesta - dice a sua volta Luca Palamara, presidente dell’associazione nazionale magistrati - insegna una sola cosa: quanto sia difficile la valutazione della prova. A noi sembra un monito arrivato al momento giusto. Ci dice di fare attenzione a squilibrare il rapporto tra polizia e magistratura... A prescindere dalla singola inchiesta, penso che la polizia stessa abbia tutto l’interesse ad avere al fianco la magistratura fin dal primo passaggio delle indagini». E dell’inquirente virtuale Vespa, l’inquirente vero Palamara che pensa? «Una volta di più, in televisione si svolge un processo in parallelo a quello reale».

Storce il naso anche un magistrato illustre prestato alla politica come Felice Casson, senatore Pd. «Quel video in tv secondo me è un fatto grave. Ma devo dire che a margine di quest’inchiesta si continuano a verificare comportamenti poco piacevoli da parte degli investigatori. Non c’è nessun rispetto per le persone. Già mi sembrava sbagliata la conferenza stampa dell’arresto: forte l’ispirazione politica, fortissima la necessità di sbattere il mostro in prima pagina. Non mi era piaciuta la sottolineatura che li avevano arrestati senza bisogno di intercettazioni telefoniche... E invece ne avessero fatte! Forse non si sarebbe giunti a questo punto». Magistrati e politici, si sa, litigano quasi su tutto. Destra e sinistra, poi, non vanno mai d’accordo. Questa volta, invece, sembrano tutti d’accordo che la polizia, nella foga di discolparsi, l’ha fatta grossa. E’ molto ferma la reazione di Enrico Costa, deputato di Forza Italia, avvocato. Sta conducendo per conto del suo partito la battaglia per ridimensionare l’uso delle intercettazioni e ridurre la cronaca giudiziaria. «Anche questo episodio, che non mi è piaciuto per nulla - dice - rientra nel grande tema della spettacolarizzazione della giustizia. Proprio ciò che intendiamo impedire perché si vanno immancabilmente a ledere i diritti delle persone indagate. Diciamola tutta: i processi in tv sono sommari. È per questo che gli atti devono restare nell’ambito delle aule di giustizia. Un conto è il diritto di cronaca, altro è l’estrapolazione da parte dei media. Sono sempre più convinto che i documenti processuali non devono uscire dalle aule».