martedì 4 ottobre 2011

Meredith: in ombra la vittima, sotto i riflettori e contesi gli imputati assolti con formula piena

Il processo di secondo grado per l'omicidio di Meredith Kercher si è concluso ieri sera con la lettura della sentenza di assoluzione con formula piena dei due imputati, in carcere da quattro anni, Amanda Knox e Raffaele Sollecito.
Le prove che nel processo di primo grado sembravano schiaccianti, tanto da condannarli ad una lunga detenzione, si sono sgretolate nel processo d'appello, con una perizia scientifica disposta dal giudice che ha ribaltato i risultati che avevano determinato la condanna dei due imputati.
Senza entrare nel merito dei meccanismi processuali che non mi competono, intendo soffermarmi sulla valenza degli aspetti comunicativi di tutta questa straziante storia criminale. I fronti da approfondire sono diversi: dal più generale al particolare; il potere di una campagna mediatica costruita dal padre di Amanda per capovolgere la prima impressione di ambiguità suscitata da Foxy Amanda: dall'immagine di una giovane crocifissa dai media che la descrivevano come ammaliatrice e manipolatrice, a quella della ragazza della porta accanto, acqua e sapone con i sogni dei ragazzi di ventanni.
La notorietà acquisita da Amanda ha fatto da volano anche a Sollecito, assistito da una famiglia granitica, dal più quotato avvocato d'Italia, Giulia Buongiorno. La faccia da bravo ragazzo, studioso e rispettoso non si addice ad un assassino, non può essere vero, nella mente dei giurati.
I loro volti sorridenti, la libertà riacquistata, i loro avvocati trionfanti, stridono orribilmente con la compostezza, il rispetto dei familiari di Meredith, vittima messa in ombra, a volte dimenticata, ai quali questa sentenza è giunta come un pugno nello stomaco, con tutte le domande senza risposte, con un' aspettativa di giustizia tradita. La dichiarazione della sorella di Meredith è esemplare: "Non volevamo che fossero condannate persone che non avevano commesso il delitto, ma allora chi ha ucciso Meredith, bisogna trovare queste persone." Il fratello dichiara "Siamo punto e a capo".Questa famiglia inglese ci insegna con grande dignità come un dolore enorme, come la perdita di una figlia in circostanze così terribili, non si accompagni ad esternazioni di emozioni dettate da risentimento se non di peggio. "Solo" una specie di attonimento, di stordimento, il ricadere in un incubo senza verità, e la richiesta molto garbata, ma non per questo meno ferma, di accertamento del reale svolgimento dei fatti e di individuare i responsabili del delitto.
Le parole della madre di Meredith devono far riflettere: " Meredith è stata uccisa nella sua camera da letto in posto ritenuto sicuro , il più sicuro. Potrebbe capitare a chiunque, nessuno può sentirsi più al sicuro."
Ora contratti milionari attendono Amanda, forse addirittura HollYwood, Raffaele troverà la sua strada per il futuro, forse con meno clamore della sua amica: come vi sentite al pensiero che persone coinvolte in un omicidio ora assolte guadagnino denaro sulla morte violenta di una studentessa inglese che aveva scelto di studiare in Italia, che nel nostro Paese ha trovato la fine dei suoi sogni.
Ritengo spettacolo osceno quello di avvoltoi che su questa povera ragazza si arricchiranno, con interviste, articoli, trasmissioni tv, talk show, secondo me è osceno, ma realistico. Non sentiremo spesso parlare di Meredith, ma su Amanda scorreranno fiumi di inchiostro e saranno pieni i palinsesti di trasmissioni in cui lei sarà protagonista.
Meredith aspetta giustizia, la sua famiglia ha il diritto di conoscere la verità.
Molte famiglie sono nella stessa situazione, una per esempio,la famiglia di Chiara Poggi.
La sete di giustizia ci appartiene in quanto appartenenti al consorzio umano. Se rimane insoddisfatta per troppe volte rischia di far vacillare la fiducia nel sistema giustizia.
E' un rischio che non possiamo correre.

mercoledì 8 dicembre 2010

La strage di donne continua: impossibile fermarla... con gli assassini in libertà

Anche oggi la cronaca di una morte annunciata di una donna di Matera che era sfuggita ad un tentativo di omicidio da parte del suo ex che pur condannato ad 8 anni di reclusione, dopo averne scontati solo 4 mesi in carcere e 16 agli arresti domiciliari era libero. Certo, aveva avuto una misura restrittiva ordinata dal giudice non poteva avvicinarsi alla donna, ma ha continuato a farlo fino a portare a termine il suo disegno criminale, non folle, ma di lucida gelosia e malato senso di possesso "O mia o di nessuno", quindi da uccidere con sette coltellate, davanti al figlio della vittima ed altri testimoni, senza scrupoli, senza alcuna remora.Dubito che sconterà la nuova pena che gli sarà inflitta, a lui come ai suoi precedenti colleghi di omicidio di ex.
Se la rabbia vi sembra eccessiva, non è l'emozione che guida le mie parole, ma la semplice riflessione, quindi pensiero, cognizione,che tenendo conto esclusivamente della statistica, scienza senza emozioni, questi assassini in un modo o in un altro non scontano mai completamente le loro condanne.
Se è vero che il carcere deve essere anche luogo deputato al recupero, vorrei che mi spiegassero come in 20 mesi sia stato possibile un tale rinsavimento dai propositi violenti ed omicidi da giustificare la messa in libertà di un uomo bomba ad orologeria!
Non scaldiamoci la coscienza con le misure restrittive, con la carenza di organico nel comparto sicurezza per la crisi delle risorse a disposizione, chi poteva controllare il rispetto di tale misura?
Quindi siamo al paradosso, ma neanche così scontato che uno Stato con leggi giuste, che sono ispirate a valori condivisibili, sia incapace di difendere le vittime predestinate, annunciate, le donne che hanno avuto il coraggio di separarsi da compagni, fidanzati, mariti violenti e denunciare i loro futuri assassini.
Qualcuno ha scritto che è lo scotto che dobbiamo pagare perchè non può essere garantita a tutti la sicurezza in uno Stato democratico. Mi dispiace, ma dissento, con la forza della ragione oltre che con l'emozione,uno stato democratico protegge i più deboli oltre che nelle intenzioni scritte sotto forma di leggi, nei fatti con l'adozione di adeguate misure che possono essere messe in atto solo oltre che con le giuste risorse, anche con il coraggio di qualche giudice che interpreti ed applichi le leggi con lungimiranza, considerando gli effetti devastanti che può avere un suo giudizio che pur rispettando in pieno la giurisprudenza, nei fatti condanna a morte le vittime annunciate e predestinate.

sabato 4 dicembre 2010

Chi ha rapito Yara Gambirasio?

Dopo il caso mediatico di Sara Scazzi, carico ancora di ombre e animato da continui colpi di scena e residue menzogne da parte degli indagati, irrompe dal 26 novembre il caso della scomparsa di un'altra minorenne Yara Gambirasio di soli 13 anni.
Le ricerche immediate degli investigatori e dei reparti speciali con i cani addestrati a fiutare tracce infinitesimali hanno per ora solo individuato il probabile tragitto, opposto alla direzione verso casa che la ragazzina avrebbe dovuto percorrere all'uscita dalla palestra.
Rimane palpabile l'angoscia che cresce con il passare del tempo, i minori scomparsi i Italia al 30.09.2010, per i quali sono state attivate le ricerche dopo la denuncia di scomparsa sono ben 712, di cui 491 nella fascia d'età 15-17 anni e 132 nella fascia 11-14 anni come risulta dalla banca dati della Polizia di Stato Divisione Analisi Sezione Minori e dal sito www.bambiniscomparsi.it.
Risulta difficile farsi una ragione: una ragazzina non può scomparire nel nulla, senza lasciare tracce, eppure succede più volte di quanto ne possiamo venire a conoscenza, a seconda della risonanza data alla notizia dai media.
Scartata l'ipotesi dell'allontanamento, rimane plausibile quella del rapimento che pone subito due interrogativi: da parte di chi e per quale ragione.
Chi può aver rapito Yara? Gli investigatori hanno interrogato le persone più vicine alla ragazzina, amici, compagne di palestra, istruttori, vicini di casa, ma dalle notizie che sono state rese disponibili non sembra si siano trovati elementi utili. Alcune segnalazioni anonime sono al vaglio degli inquirenti, fra queste alcune fanno riferimento alla presenza di un furgone bianco nei dintorni della palestra ed ad gruppo di adulti violenti con un minorenne che si sono resi responsabili di molestie nei confronti di ragazzine della zona.

Per una singolare coincidenza ieri sera su Rai due nella fiction Criminal Minds si affrontava il caso di bambini rapiti da una coppia matura aiutata da un adolescente, rapito a sua volta otto anni prima, prelevati con un furgone bianco,che mantenevano nascosti i bambini rapiti per alcuni anni, fino all'epilogo finale con la scoperta del luogo di detenzione dei minori e la loro liberazione.
Perchè questa citazione? In una realtà dove il confine fra finzione e realtà è spesso sfumato, a volte i criminali traggono ispirazione per le loro folli gesta proprio dalla fiction, e il mio augurio è che questa volta, per Yara sia possibile il lieto fine, che sia ritrovata e restituita ai suoi affetti, ai suoi sogni, alla sua speranza di vita.

sabato 16 ottobre 2010

Omicidio di Sara: i volti della menzogna

L'atroce omicidio di Sara Scazzi, che ha monopolizzato l'interesse delle gente comune e alimentato dai media, soprattutto dalla televisione nelle sue innumerevole dirette, con interviste ai protagonisti e gli approfondimenti degli esperti, non sarà dimenticato.
Questo assassinio diventerà patrimonio di esperienza collettiva, andando a stimolare emozioni intense a livello individuale, ma così facilmente condivisibili con gli altri.
Se l'intensità emotiva rende indelebile il ricordo, fissandolo nella memoria a lungo termine, il bisogno di comprendere, di capire per esorcizzare la paura di un pericolo così vicino e insospettabile, all'interno della famiglia, fra gli affetti più cari, ebbene questo bisogno si può soddisfare almeno in parte analizzando i volti della menzogna dei due indagati allo stato attuale: il reo confesso Michele Misseri e l'indagata che nega tutto, Sabrina, la figlia e cugina della piccola Sara.
La televisione con le sue interviste ha fornito molto materiale di studio agli psicologi esperti nel linguaggio della menzogna. Da Ekman e Friesen i più conosciuti studiosi, autori di molti volumi, fra cui il famoso"I volti della menzogna", a Vrij, DePaulo, Rosenthal e Zuckerman, solo per citare i più noti, agli esperti italiani L.Anolli e R.Ciceri con lo studio della voce della menzogna, al mio lavoro di tesi di laurea 2005 " Indizi verbali di menzogne in contesti di psicologia investigativa", la menzogna è stata indagata a più livelli nei suoi aspetti verbali, ma ancora più approfonditamente nelle sue manifestazioni nella comunicazione non verbale, il linguaggio del corpo nella menzogna.
Nella mimica di Michele Misseri i segnali evidenti sono l'asimmetria dell'innalzamento degli angoli della bocca che dà origine ad una sorta di ghigno,(ricordate il ghigno di Alessi, l'omicida del piccolo Tommaso Onofri) l'asimmetria dell'innalzamento delle spalle"le spallucce", le mani sugli occhi a mascherare lacrime che non c'erano e l'evidente discrepanza fra la luce degli occhi, la parte alta del viso e fronte con la parte bassa, bocca e mento.
In Sabrina, più raffinata, si individuano ancora, l'asimmetria dell'innalzamento delle spalle, (solleva una sola spalla), sfugge il contatto oculare fissando dei punti lontani mentre racconta, in dichiarazioni cruciali come "Mio padre non ci ha mai toccate, mai, anche quando facevamo la doccia e andavano in accapattoio"...accompagna le parole a due gesti di toccamento dei capelli e della nuca, e cambia tono di voce nel rafforzativo, "MAI" per due volte di seguito,aggiungendo un particolare che sembra contraddire quello che ha appena affermato. Le lacrime abbondanti non devono trarre in inganno, sono uno strumento di autoconvincimento per rendere credibile la menzogna per primi a se stessi e per proporla agli interlocutori in quel contesto particolare (intervista tv od interrogatorio).
Spesso l'autore di un delitto dimostra un comportamento narcisistico, desidera che si parli delle sue gesta e quando non vede riconosciuta la sua importanza escogita azioni eclatanti, lascia messaggi, indizi perchè si parli lui. Il Misseri non riuscendo a far trovare il telefonino di Sara alla fine dichiara di averlo ritrovato egli stesso in circostanze goffamente poco credibili indirizzando finalmente su di lui il palcoscenico che fino a quel momento gli era stato rubato dalla figlia e dalla cognata Concetta, mamma di Sara. E' stato l'inizio dello svelamento della sua menzogna, la posa da divo sulla porta del garage, con un braccio sollevato ed appoggiato, il sorriso negli occhi..
In Sabrina vi è maggiore abilità, ma il nascondere il litigio la sera prima della scomparsa di Sara agli investigatori ha messo gli inquirenti sulle sue tracce, l'omissione di informazioni è un'indizio(verbale) di menzogna. Le incertezze sugli orari di telefonate e sms, le contraddizioni sulla discesa volontaria di Sara nel garage e la testimonianza dell'amica Mariangela che la contraddice, aumentano la sua ansia che riesce ancora a mascherare i tv ma non ad ingannare gli investigatori e gli psicologi esperti nel linguaggio della menzogna.
Quando le indagini sono ancora in corso è vietato esplicitamente rivelare a fonti esterne, giornalisti ecc, eventuali indizi di menzogna, ecco perchè solo ora è possibile discuterne.
In questo caso rimangono ancora alcuni punti oscuri, e le indagini sono ancora in corso, sarà fondamentale l'incidente probatorio del confronto delle dichiarazioni del padre e della figlia per cristallizzare le testimonianze e farle assurgere a prova in un procedimento giudiziario.
Un plauso agli investigatori e un augurio di piena giustizia per la piccola Sara, che ha stretto il cuore di tutti.

domenica 11 luglio 2010

Mestre, un'altra donna vittima del fidanzato: aveva solo 16 anni

Continua inarrestabile la strage di donne per mano armata dei loro fidanzati, ex, o partner.In pochi giorni già sette vittime. La scia di sangue trascina via le vite spezzate di giovani che avevano progetti e sogni per il loro futuro, svaniti dopo coltellate, strangolamenti, colpi di arma da fuoco. Sempre più delitti di prossimità segnale di un malessere sociale ed individuale profondi che non possono essere ignorati, devono essere indagati e si devono poter trovare soluzioni. Non possiamo arrenderci al fatto che si tratti di raptus, quindi imprevedibili, ma occorre aumentare la vigilanza a tutti i livelli, familiari, istituzionali, sociali.


Dal Messaggero.it dell'11 luglio 2010 sezione Cronaca nera

Uomini che uccidono le donne:
trentenne spara a fidanzatina 16enne

Eleonora Noventa voleva da tempo lasciare Fabio Riccato. Lui le spara tre volte e poi si toglie la vita
Un uomo di 30 anni, Fabio Riccato, ha ucciso con tre colpi di pistola l'ex fidanzata di 16 anni, Eleonora Noventa, e poi si è suicidato sparandosi al petto: è accaduto stamani ad Assiggiano, poco distante da Mestre (Venezia). I due, che si frequentavano da circa un anno, si erano lasciati ieri sera al termine di una lite. Stamattina intorno alle 9.30 l'uomo, a bordo di una moto, si è avvicinato alla ragazza, che era in bicicletta, e dopo un'animata discussione ha tirato fuori la pistola, una Smith & Wenson 357 Magnum, e le ha sparato quattro colpi. Eleonora Noventa è stata colpita una volta alla testa e due volte al torace - un proiettile le ha trapassato un braccio mentre tentava di ripararsi - e l'ultima alla testa. Subito dopo l'uomo ha rivolto l'arma verso se stesso e si è sparato al petto. Fabio Riccato si era laureato la scorsa settimana in biologia con 110 e lode. Aveva un regolare porto d'armi per attività sportiva al poligono di tiro.

Un testimone: pensavo volesse sparare a me. «Mi ha guardato fisso per una frazione di secondo. Pensavo volesse sparare a me. Poi ha puntato l'arma contro la ragazza e ha premuto il grilletto»: lo ha raccontato Rodolfo, testimone della tragedia, che era seduto nel suo giardino a leggere il giornale quando Fabio Riccato è arrivato in Vespa. Il giovane ha salutato l'uomo, poi si è seduto sulla sella del mezzo e ha atteso. Cinque minuti dopo è arrivata Eleonora Noventa.

Un'amica di famiglia: Eleonora voleva lasciarlo da tempo. Eleonora Noventa intendeva lasciare Fabio Riccato da tempo, ma non trovava mai il momento, e soprattutto le parole giuste, per dirglielo. Lo racconta Anna, una vicina di casa, grande amica della mamma della ragazza. La sua e la famiglia Noventa avevano lasciato tre anni fa il vicino quartiere della Gazzera per stabilirsi ad Asseggio. Le famiglie vivono in due appartamenti affiancati in una delle tre eleganti palazzine a due piani, costruire nella campagna dell'entroterra veneziano. «Eleonora era una ragazza solare. Le piaceva vivere, aveva sedici anni. Si sono conosciuti portando a passeggio Morgan, il suo cane, nella stradina che costeggia la ferrovia e che finisce con la casa di Fabio. Lui era tanto innamorato, ma lei era ancora piccolina. Ed era un rapporto impegnativo. Lei ha provato più volte a lasciarlo. Mi aveva chiesto tempo fa un consiglio: "Cosa dici, glielo dico un po' alla volta?". A 16 anni una ragazza ha una vita davanti, pensa a divertirsi. Fabio era una persona corretta, di una famiglia per bene. Eleonora mi ha dato un bacio prima di uscire di casa in bici...». Anna è poi rientrata in casa Noventa per dare sostegno alla madre della ragazza che lavora come dipendente al Comune di Mestre. Il padre era assente al momento della tragedia. Stava lavorando all'ospedale di Venezia. Eleonora era la loro unica figlia.

Il pm: le armi danneggiano chi le maneggia. Ha criticato la facilità con cui viene rilasciato il porto d'armi il pm veneziano Roberto Terzo, il magistrato di turno, che ha seguito l'omicidio-suicidio di Asseggio. «Le armi - ha detto Terzo - creano più danno a chi le maneggia. La verità è che poi le armi finiscono per essere usate in questa maniera. Finiscono per gli omicidi dei familiari, per gli omicidi-suicidi. Noi dobbiamo arrivare a dire che le armi la gente non se le deve tenere a casa».

domenica 4 luglio 2010

Oleggio, Novara: la ragazza scomparsa era stata uccisa dal fidanzato










Purtroppo sembra un copione già scritto, ancora una donna uccisa dall'uomo al quale era legata da una relazione di affetto,giunta ad una crisi senza ritorno. Questa estate sempre più insanguinata, dove il sangue di donne una volta amate scorre quasi inarrestabile, non per patologie, ma per la volontà malata di coloro che una volta affermavano di amarle.
Cosa succede in questi rapporti che volgono inesorabilmente verso un tragico destino?
Molto spesso hanno elementi in comune, come una gelosia immotivata, un patologico senso di possesso, l'incapacità di gestire la frustrazione di un rifiuto, la fine di una relazione e la svolta violenta dapprima con minacce e persecuzioni, stalking,poi se non si agisce tempestivamente con gli strumenti della legge, applicazione di misure restrittive, si giunge all'aggressione che può culminare con l'assassinio della donna amata in passato ora ostacolo da eliminare.
Anche la giovane Simona di Oleggio aggiunge il suo nome alla tragica lista di donne vittime dei loro ex. Ancora più raccapricciante il dettaglio che l'omicida veste la divisa dei Carabinieri, e ha depistato le indagini per un mese, fino alla confessione e al ritrovamento del cadavere. Ora restano da vagliare le ultime ore di vita della povera Simona e verificare se il fidanzato sia stato favorito da qualcuno nella sua menzogna durata un mese. Soltanto è necessario evitare con forza di gettare fango sulla vittima che non potrà più difendersi, purtroppo anche questo un copione letto troppo spesso in casi simili.

Dal Corrieredellasera.it del 4.07.2010


LA RAGAZZA ERA SPARITA DA QUASI UN MESE
Trovato nel Ticino il corpo della giovane scomparsa: il suo ex confessa il delitto
Un carabiniere di 28 anni ammette di averla uccisa.
E poi indica il luogo dove ha gettato il cadavere


Simona Melchionda
MILANO - Il corpo era incastrato tra i rovi, sulla sponda del Ticino. Alla fine, dopo quasi un mese di ricerche, è stato proprio l'ex fidanzato di Simona Melchionda, la giovane 25enne scomparsa lo scorso 6 giugno dalla sua casa di Oleggio (Novara), a indicare il luogo. Luca Sainaghi, 28 anni, carabiniere, ha raccontato di averle sparato un colpo di pistola alla testa e di aver gettato il cadavere nel fiume. L'uomo era stato ascoltato nei giorni scorsi: aveva negato tutto, cadendo però più volte in contraddizione. Alla fine è crollato. Sabato mattina si è presentato in caserma a Novara accompagnato dai suoi legali. «Sono stato io a uccidere Simona» ha confessato, ed è stato fermato per omicidio preterintenzionale. Poi ha indicato agli inquirenti il punto dove si trovava il cadavere. I vigili del fuoco e i carabinieri, seguendo le sue indicazioni, e scendendo soltanto qualche centinaio di metri più a valle, hanno trovato sulla sponda del Ticino, all'altezza di san Giorgio Pombia, un cadavere di donna. L'identificazione deve ancora avvenire formalmente. Ma nessuno ha dubbi: è Simona.

RICERCHE IN CORSO - L'ipotesi dell'omicidio sembra dunque essere confermata. D'altra parte si tratta della pista indicata fin dalle prime ore dai genitori di Simona che parlavano di un incontro della figlia per chiarire definitivamente i rapporti proprio con l'ex fidanzato. Simona - da quanto si apprende - aveva avuto una relazione con il ventottenne ma nell'inverno scorso, al ritorno da una vacanza ai Caraibi, la ragazza avrebbe scoperto che lui aveva un'altra storia con una donna che era in attesa di un bambino. E questo fatto aveva posto fine al rapporto tra i due, che tuttavia pare continuassero a vedersi, anche se Simona avrebbe voluto tagliare i ponti definitivamente.

L'ULTIMO SMS - Il delitto, secondo la confessione dell'assassino, sarebbe avvenuto la sera del 6 giugno, il giorno della scomparsa della vittima, al culmine di un litigio. Tra Simona Melchionda e Luca Sainaghi c'era stata una relazione, interrotta quando lui aveva deciso di tornare insieme all'ex fidanzata rimasta incinta. Il carabiniere, in servizio alla caserma di Oleggio, ha confessato ai colleghi che la vittima voleva che lasciasse la compagna e il figlio per tornare con lei. Una versione differente da quella sostenuta dai genitori della ragazza scomparsa. Per loro era Luca, infatti, a non lasciare in pace la figlia. Cosa sia successo quella sera del 6 giugno, comunque, è ancora da chiarire. Simona è uscita di casa verso le 23.30 e da allora non è più stata vista. L'unica traccia è un sms arrivato verso le 2 di notte ai genitori: «Stanotte dormo fuori». A quell'ora è però probabile che Simona fosse già stata uccisa. Al momento è escluso che nell'omicidio sia coinvolta l'attuale compagna del carabiniere.

Redazione online

mercoledì 30 giugno 2010

Orrore a Torre San Giovanni (Le): giovane padre strangola il figlio di due anni





Nella cronaca nera oggi sui quotidiani nazionali e nei telegiornali la notizia di un figlicidio ad opera di un giovane padre.
Il luogo in cui è avvenuto il delitto, Torre San Giovanni, Marina di Ugento,in una casa estiva sul litorale ionico fra Gallipoli e Santa Maria di Leuca, estrema propaggine del Salento e della Penisola, nell'estate assolate pugliese non rievoca di certo atmosfere cupe, ma evidentemente dentro quelle mura un delitto terribile è stato commesso, ancora più tragico perchè coinvolge un bimbo di due anni ed il suo giovane padre. Dopo le emozioni che un tale evento suscita, tra l'altro non celate dai giornalisti anche televisivi, immediatamente si ricercano le ragioni di questo folle gesto. Già si parla di raptus senza avere alcuna ragionevole certezza sulle condizioni psicologiche dell'assassino, senza una raccolta seria di informazioni fondate, di testimonianze sullo stato del padre neolaureato. Dai quotidiani locali, qualche dettaglio in più sulla vicenda.

Da LaRepubblica.it Bari Cronaca nera
l'articolo è di Alessandra Bianco

TRAGEDIA IN SALENTO
Strangola il figlio di due anni
e tenta il suicidio dopo una lite
Un litigio con la moglie, poi il raptus. A Torre San Giovanni di Ugento un 25enne ha ucciso il bimbo, poi ha cercato a sua volta di togliersi la vita tagliandosi le vene. Sul posto i carabinieri

La casa in cui è avvenuta la tragedia
Tragedia a Torre San Giovanni, marina di Ugento. G.M., un giovane di 25 anni, ora ricoverato in ospedale e piantonato, ha ucciso il figlio di soli 2 anni, strangolandolo. Un raptus d’ira, secondo quanto ricostruito al momento, nato da un litigio con la sua compagna, e culminato nell’omicidio del bimbo.

Sconvolto da quanto accaduto, il giovane ha poi tentato il suicidio, tagliandosi le vene, ed al momento è ricoverato presso il “Ferrari” di Casarano. Il fatto è avvenuto in via Monte Pollino, strada alla periferia nord della marina. Sul posto carabinieri della stazione di Ugento e della compagnia di Casarano ed i sanitari del 118.

"Vieni, ho ucciso tuo figlio". Così il giovane omicida di 25 anni ha avvisato al telefono la convivente, ventitreenne, di aver ammazzato il loro piccolo di due anni. Da tempo, secondo quanto accertato dai carabinieri, c'erano incomprensioni nella coppia e anche tra le rispettive famiglie. Nella casa in cui è avvenuta la tragedia i carabinieri avrebbero trovato anche una lettera scritta dall'omicida.
Prima che fosse preda di un raptus, il giovane, laureatosi nel marzo scorso e con un lavoro saltuario, aveva avuto un battibecco al telefono con la convivente.

La coppia viveva insieme da due anni e mezzo circa, ma le incomprensioni non si erano sopite neppure dopo la nascita del piccolo. Così, dopo aver riposto la cornetta del telefono, il giovane, ormai fuori di sè, è andato in camera da letto ed ha stretto le mani al collo del figlioletto. Non è ancora chiaro se il piccolo stesse dormendo. Poi il padre ha tentato di togliersi la vita tagliandosi le vene con una lama. Ha anche ingerito dell'acido e si è cosparso il corpo di liquido infiammabile, con l'intento di darsi fuoco.

E' stato lui stesso, telefonando alla convivente che era al lavoro, a far scattare l'allarme, ma ormai per il bimbo non c'era più nulla da fare. Il giovane omicida, ricoverato nell'ospedale di Casarano (Lecce), sta per essere trasferito per ulteriori accertamenti al 'Vito Fazzi' di Lecce. E' in stato di arresto, piantonato dai carabinieri, con l'accusa di omicidio volontario. Le indagini dei carabinieri della Compagnia di Casarano sono dirette dal sostituto procuratore presso il tribunale di Lecce Guglielmo Cataldi.

(30 giugno 2010)

La domanda che mi ritorna nella testa è cosa può aver portato un giovane uomo a non riuscire più a controllare la propria aggressività e a dirigerla sull'essere che aveva generato, frutto dell'amore ora in difficoltà con la compagna. E' possibile essere così fragili da non reggere uno stress come la difficoltà di una relazione in crisi, e se fosse possibile da dove deriva, qual è l'origine di questa incapacità di gestione di una difficoltà vissuta come senza uscita, senza soluzione, che anzi trova uno sbocco nella soppressione di una vita.
Le risposte saranno trovate dagli investigatori che ricostruiranno l'intera vicenda alla luce di tutti gli elementi raccolti dopo accurate indagini, ma nel frattempo solo ipotesi per noi esterni al fatto e prudenza: non si può giudicare senza conoscere, tanto meno al di fuori di un aula di Tribunale, unica sede lecita per formulare giudizi.